a cura di Sheanan e Contedax

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Agnese Gentona - S. Germano Chisone (To) - 1320
Arsa sul rogo per stregoneria
Masca è un termine dialettale piemontese e valdostano che indica streghe, spiritelli dispettosi, donne in possesso di facoltà naturali che operano incantesimi, tolgono o indirizzano fatture, prevedono il futuro e sono in grado di curare mali inguaribili con medicamenti strani e possiedono capacità di guarire con poteri occulti. Queste donne ereditano questi poteri dalla madre, dalla nonna, da una zia: la nuova masca eredita anche un libro il "Libro del Comando" dove sono scritte, con inchiostri di vari colori, le formule per gli incantesimi.
Le masche si ritrovano quattro volte all'anno sotto un grande albero a Paroldo; andiamoci anche noi per respirare quell'atmosfera di occulto mistero che aleggia nei cortili, nei fienili, attorno ai pozzi per riflettersi poi negli occhi di un gatto, nello scricchiolare dei rami alla luna, nell'espressione assente di una vecchietta assopita. Una passeggiata notturna nelle nebbiose notti di novembre fino all'albero delle masche accompagnati dal suono di una fisarmonica, riscaldati dai "falò" e da buon vino caldo. Per la gente della Langa il termine "masca" è un termine corrente ma se qualcuno chiede loro: "spiegami cosa sono le masche", li si mette in seria difficoltà; è difficile concretizzare in parole un qualcosa di assolutamente astratto e allo stesso tempo...reale!

Molto è già stato scritto al riguardo, molte sono le pubblicazioni di raccolte di testimonianze di esperienze vissute in prima persona. Qui di seguito troverete alcune brevi informazioni per inquadrare l'argomento ma per capire veramente "le masche" bisogna vedere dove "vivono" perché il loro senso di esistere è strettamente legato al territorio, alla storia di queste vallate. Il significato del termine "masca" è "strega, spirito maligno, essere dispettoso" che si diverte a spaventare il prossimo in determinate situazioni con particolari atteggiamenti. Veniva associata solitamente alla figura di una vecchia donna dall'aspetto non gradevole che viveva ai margini della società, forte connessione con la condizione femminile del passato quando la donna era consacrata alla vita domestica, ai lavori nei campi,all'allevamento dei figli.

Essa poteva assumere le sembianze di un animale; pecore, capre, maiali. Alle masche erano attribuiti tutti gli eventi negativi della vita quotidiana; erano le masche che facevano rovesciare i carri per le strade di campagna, che mandavano a male il raccolto di una stagione con terribili temporali, che facevano morire i bambini o il bestiame di chissà quale male oscuro. Per capirne e giustificarne l'esistenza occorre forse ritornare indietro di alcuni anni, calarsi nel tessuto sociale del tempo, dove l'"ignoranza" intesa come "non conoscenza delle cose" portava a dover dare una giustificazione a tutto quello che accadeva che non avesse una spiegazione immediata e pratica. L'ambiente in cui si svolgeva il quotidiano era fatto di immensi spazi e immensi silenzi, gli spostamenti logistici erano effettuati in solitudine, prevalentemente a piedi attraverso strade immerse in fitti boschi e nelle ore notturne; in queste condizioni era umano che il solo muovere di un ramo, il soffiare del vento o una pecora scappata dal gregge potesse generare un certo stato d'animo accompagnato da reazioni impulsive e visioni distorte della realtà. Alle masche venivano attribuite le malformazioni di un neonato perché in gravidanza la mamma aveva avuto dei contati con lei, una mula che non aveva mai dato segni di particolare carattere improvvisamente scalcia il padrone era stata sicuramente avvicinata da una masca, una pecora incontrata nel bosco in una scura notte d'inverno sicuramente parlerà confondendo la sua voce con quella del vento gelido che soffia tra i rami spogli.

Ognuno aveva una storia sua da raccontare, molti riportavano quelle sentite nelle "veglie" quando alla sera ci si ritrovava nelle stalle alla luce del lume a petrolio, le donne sedute in un angolo a sferruzzare e gli uomini a raccontar di masche per impaurire i bambini che zitti in religioso silenzio ascoltavano con occhi sgranati. ll passaggio dei poteri era una cosa molto delicata: quando la masca moriva doveva lasciare il maleficio ad un'altra donna ma ad una soltanto. Il passaggio avveniva in modo molto semplice: la masca, dopo aver scelto a chi lasciare la dote bastava che le stringesse la mano o che avesse anche il minimo contatto fisico.

Una morte orrenda sarebbe stata quella di una masca che avesse deciso di non lasciare a nessuno il suo bagaglio ritenendolo una maledizione, in questo caso la masca avrebbe dovuto scagliare i propri poteri contro un'albero il quale sarebbe seccato immediatamente.

Il libro del comando. Ogni masca doveva essere in possesso del "libro del comando", un grosso quaderno scritto a mano in latino con grafia ottocentesca contenente molte formule, copiature di riti esorcistici riportati nei libri della Chiesa. Per avere una copia di quel libro bisognava andare alle due dopo la mezzanotte in una "scao", la casa delle streghe, entrare e venerare il demonio. Lui arriva e ti porta il libro. Bisogna non avere paura e mostrare del fegato. Le masche erano solite ritrovarsi con cadenza periodica in luoghi stabiliti per una sorta di raduni gogliardici e orgiastici in cui,alcune vestite di stracci altre addirittura nude, ballavano libere in grande euforia intorno ad un pentolone ribollente di lussuria come diavolo comanda. I luoghi preferiti erano radure o pianori purchè fossero luoghi dove la fantasia e l'immaginazione potessero trovare spazio. La presenza di un grosso albero era una delle caratteristiche più frequenti come quello che possiamo trovare nel comune di Paroldo, sotto questo grosso albero si narra che le masche della Langa si ritrovassero per uno dei loro raduni nella notte.

Il processo di cui parleremo portò al rogo due donne condannate per stregoneria e arse in una zona chiamata Pra Quazoglio, tra Levone e Barbania. Il drammatico avvenimento si verificò il 7 novembre 1474, forse davanti a una piccola folla di gente del posto. In quel rogo morirono Antonia De Alberto e Francesca Viglone. Insieme a loro, erano state accusate di stregoneria Bonaveria Viglone, forse parente di Francesca, e Margarota Braja. Bonaveria nel 1475 risultava ancora carcerata, mentre Margarota era fuggita dalle carceri del castello di Rivara. Delle sfortunate vittime della superstizione, non sappiamo nulla o quasi; sappiamo solo che le accuse erano giunte da voci insistenti di persone degne di fede, voci che erano pervenute alle orecchie dell'inquisitore. I capi d'accusa raccolti contro le streghe di Levone ammontano a 55 e andavano dai perversi rapporti sessuali con il diavolo all'ammascamento di uomini e animali, dal volo verso il sabba alle pratiche magiche più disparate. Ogni accusa si chiudeva con la formula: "…E ciò esser vero, notorio e manifesto, come lo dimostrano la forma e la voce pubblica". All'inizio dell'elenco di colpe, troviamo l'iniziazione al culto demoniaco, che si effettuava calpestando una croce tracciata per terra e rinnegando il battesimo. Passiamo ora alle accuse; le streghe avrebbero prestato fedeltà ai loro demoni infernali, che avrebbero avuto come maestri ed amanti. In segno di fedeltà e omaggio, le streghe offrivano ogni anno ai diavoli l'una un pollo, l'altra un pollo nero, la terza un gallo o una gallina neri. Il rapporto tra le streghe e i demoni era descritto dalle prime come simile a quello con gli esseri umani, con l'unica differenza che i demoni al tatto davano un senso di freddo. Tra le accuse principali rivolte alle streghe vi era quella di aver partecipato al sabba. Le presunte streghe si sarebbero recate di notte, in compagnia di demoni e di una moltitudine di stregoni, in alcuni luoghi destinati al sabba: al Pian del Roc, sul monte Soglio, al luogo detto al Porcher, nel prato Aviglio e in altri luoghi. Nel luogo del sabba, si ballava, al suono e ai canti dei diavoli; si svolgeva anche una sorta di parodia della messa, in cui i demoni predicavano il peccato; in occasione di questi incontri, gli adepti rubavano cibo e bevande nelle case private; erano anche rubati dei manzi, necessari a fornire grandi quantità di cibo per il gruppo. Il sabba dunque era una sorta di culto pagano, un'orgia, una totale trasgressione. Un'altra delle accuse che veniva spesso rivolta alle streghe era quella di compiere malefici utilizzando erbe, unguenti, polveri ecc. Si legge negli atti del processo di Levone: "…d'essere andate le predette inquisite con i loro complici nottetempo, più e più volte, al cimitero di San Giacomo di Levone e d'avervi disseppellito fanciulli e prese piccole ossa e midolli, con cui fabbricavano unguento e polveri velenose, per uccidere ed avvelenare persone ed animali, mescolando colle dette polveri dei rospi ed altre materie velenose…"

E' vero che di solito le donne accusate di stregoneria conoscevano le virtù delle erbe, che sapevano raccogliere nei periodi più adatti, per sfruttarne le potenzialità. Molte accuse alle streghe riguardavano il cosiddetto "stregamento" di uomini ed animali, per il puro gusto di provocare dolore, sofferenza e morte: "d'avere la predetta Antonia, istigata da spirito diabolico, stretta colle mani sul petto, stregata ed ammaliata una bambina di tre mesi, che il di lei figlio Giovanni aveva avuta da sua moglie Beatrice, così fattamente che la bimba visse solo quattro o cinque giorni, quindi morì…" "d'aver ugualmente stregato ed ammaliato un bue di Tommaso Fiorio di Levone, cosicchè dopo un certo tempo ne seguì la morte…"

In Piemonte ed in Valle d'Aosta si ricordano ancora oggi alcune famose figure di streghe.

Sabrota

In un piccolo paese dell'astigiano, si ricorda ancora la famosa Sabrota, una strega del luogo che per la sua statura era detta "la Longia". Brutta come solo le streghe sanno essere brutte, Sabrota la Longia e' ancora viva nella tradizione del paese, anche se, naturalmente, nessuno sa dire in quale epoca sia vissuta. Dedita ai sabba, pratica di erbe e di filtri, esper- ta di ogni diavoleria, Sabrota si reca spesso su una radura dove convergono anche le altre masche della valle. I montanari sostengono che sotto quegli alberi avvengono feste infernali e ricordano d' aver trovato molte volte al- cuni ciuffi di capelli, un segno evidente delle streghe.Anche Sabrota la Lon- gia si trasforma in gatto: un soldato, di chissa' quale epoca, mentre attraversa i boschi del paese in una notte buia viene assalito da un gattaccio dal pelo irto e dagli occhi di brace. L' uomo non si lascia vincere dalla paura e, sfoderata la spada, colpisce il felino ad una zampa. Un miagolio straziante e l' animale scompare. Il giorno dopo il medico del paese deve andare a curare Sabrota la Longia d'una ferita da taglio al braccio. Naturalmente ognuno la detesta, anche se la teme e pensa che tutti i mali del paese siano da incol- parsi alla sua presenza. La strega getta il malocchio: un uomo ,venuto a lite con lei per questioni di interesse, la trascina in giudizio e riesce a farla condannare; qualche giorno dopo il primo dei suoi tre figli muore d' un male misterioso e nel giro di poche ore lo seguono i fratelli. Il padre , disperato e armato d' un falcetto, si reca da Sabrota per vendicarsi, ma nell' atto stesso in cui cerca di colpirla cade a terra tramortito. Quando riprende i sensi e' fuori di se', da' in smanie, e' stralunato: si crede un cane e corre per la campagna abbaiando, si crede un vitello e muggisce. Soltanto il prete con i suoi esorcismi riesce a salvarlo. Quando la strega muore gli uomini del paese rifiutano di portare la bara al cimitero. Nessuno osa avvicinarsi; infine tre uomini, decisi a liberarsi da quella dannazione, provvedono al tra- sporto, ma durante il tragitto che la bara e' stranamente leggera. Giunti al cimitero la schiodano: e' vuota!. Sabrota sarebbe realmente vissuta in Val Maira, in un'epoca indefinita. Dedita ai sabba, pratica di erbe e filtri, esperta di ogni diavoleria, Sabrota sa trasformarsi in gatto e getta il malocchio su chiunque. Uccide persino con un maleficio i suoi tre figli, per vendicarsi di una condanna subita dal tribunale. Quando morì, nessuno voleva portare la bara al cimitero; infine tre uomini accettarono il trasporto, ma durante il tragitto si accorsero che la bara era estremamente leggera e, giunti al cimitero, l'aprirono e la trovarono vuota.

 

Micillina

Figura a mezzo tra la storia e la leggenda, compagna di Sabrota la Longia, e' invece una celebre strega di cui ancora oggi si narra nelle campagne dell'astigiano: la masca Micillina, nativa di Barolo e maritata a Pocapaglia. La sua storia rientrerebbe nei processi per stregoneria, ma la tradizione ne ha talmente trasfigurato i contorni da dover essere annoverata tra le leggendarie masche piemontesi. Vissuta a meta' del Cinquecento, Micillina fu effettivamente bruciata come strega dopo un regolare processo, ma doveva trattarsi d' una di quelle fattucchiere un tempo non rare nelle nostre campagne. Su di lei vivono ancora molte leggende: uccide gli uomini fulminandoli con lo sguardo, deforma i bambini, getta il malocchio, compie fatture su uomini e animali. Un giorno, mentre discorre sulla porta di casa con alcune vicine, tocca sulla spalla una bambinetta: il giorno dopo alla giovinetta cresce la barba. In un' altra occasione si vendica di un ragazzetto del paese che, al suo apparire, preso da comprensibile paura, e' scappato: nella fuga il bambino cade e quando si rialza ha un piede rivolto in avanti e l' altro in dietro. Il marito, un onest'uomo, lavoratore e stimato da tutti, e in preda alla disperazione: mai avrebbe immaginato d'aver sposato una masca, ne' i suoi sistemi correttivi, piuttosto energici, servono a molto. Vedendo che le minaccie non giovano e che la moglie persiste nelle sue pratiche occulte, decide di scacciarla da casa, dopo un' ultima ed energica bastonatura. Micillina vaga pensierosa per la campagna tra Pocapaglia e Bra, pensando a come vendicarsi e infine chiama il diavolo in suo aiuto. Satana non si fa attendere, pare sotto le sembianze d' un cavaliere vestito di nero e la strega gli confida di volersi liberare di quel marito tanto incomodo. E' presto accontentata: il cavaliere nero traccia sul terreno, senza fare parola, un ampio cerchio e le ordina di mettervi dentro un piede, disegna strane figure nell' aria e pronuncia certe formule magiche. A questo punto Micillina e' ormai compagna del dia- volo e Satana le dice che puo' vendicarsi. La strega non indugia, la sua vendetta e' semplice, poco faticosa: si reca al campo Baudetto dove il marito e' intento alla raccolta delle mele, da' una scrollatina all' albero su cui l' uomo e' arrampicato ed e' vedova. Non convola, fortunatamente, a nuove nozze. Libera dalle pastoie coniugali, Micillina puo'dedicarsi alle sue arti, diviene ancora piu' abile nei suoi malefici e tutto il paese la teme, nessuno pero' osa denunciarla. Il suo odio si rivolge sul fornaio del paese, dopo che lo ha ammaliato. A quei tempi il forno e' comune ed il fornaio passa ogni giorno nelle case a prendere l' impasto da porre alla cottura: una mattina l' uomo la chiama per tre volte consecutive, Micillina non si fa vedere e la sua casa sembra deserta. Finalmente compare tranquilla e sorridente a dichiarare con semplicita' che quando e' stata chiamata per la prima volta si trovava ancora al ponte di Pavia, presso Pollenzo, dobve ha fatto morire un povero carrettiere, la seconda era vicino a Pocapaglia e alla terza chiamata ha cominciato ad impastare. Poco dopo, sempre per i suoi sortilegi, anche il fornaio muore. Quando pero' la masca deforma un bambino lasciato incustodito, esplode l'ira del paese e deve intervenire la giustizia: arrestata e condotta sotto buona scorta alle carceri, Micillina confessa le proprie colpe al padre inquisitore e al podesta'. Dopo aver fatto atto d'abiura e aver rinnegato i suoi legami con il diavolo, riceve l'assoluzione dal padre inquisitore, il quale le impone, secondo l'uso del tempo, una penitenza da farsi sia spiritualmente che temporalmente. La penitenza spirituale consiste nell'andare sempre scalza fino alla morte, udire ogni giorno la messa, confessarsi e comunicarsi ogni settimana, digiunare ogni venerdi' e sabato e non mangiare mai carne. La penitenza temporale consiste nel dedicare interamente la propria vita a Dio. Micillina se la caverebbe forse con una buona dose di penitenze ed onesti propositi,ma il braccio secolare e' meno indulgente. Temendo che torni alle sue pratiche, ammonito dalle precedenti esperienze il giudice e' inesorabile: la strega e' condannata ad essere impiccata, quindi bruciata e le sue ceneri sparse al vento. Vuole la leggenda che mentre Micillina e' condotta al supplizio si sentano per l' aria certi orribili miagolii e contemporaneamente il suolo erutti alcuni ingarbugliati di refe: voci misteriose invitano Micillina ad afferarne un bandolo, ma la strega non puo' farlo, stretta com' e' dalle catene e guardata a vista da un buon numero di guardie. Quei gomitoli sono gettati dalle streghe e dal diavolo. Con la sua morte tuttavia non scompaiono le stregonerie; di Micillina e' infatti scomparsa solo la parte corporea: il suo fascino e la sua magia rimangono, le sue arti sono passate in eredita' alle compagne che vogliono vendicarla, mandando ogni disgrazia sui contadini di Pocapaglia. Accadono fatti misteriosi e terribili: vengono trovate molte chiocce disperse nei campi con miriadi di pulcini che invece del solito pigolio emettono uno stridore simile a quello prodotto dalla lima del fabbro; per le campagne vaga un ragno viscido e immondo, di dimensioni enormi ma con zampe cortissime, che grugnisce come un maiale e fugge a nascondersi tra le rocce e i rovi; i montoni diventano mostri dalle corna smisurate, dal pelo irto e setoloso, e fischiano come serpi. Per i contadini non c'e' dubbio che in tutti questi fenomeni ci sia la presenza delle masche. C'e' poi un luogo, detto "Bric d'la masca Micillina", cui non e' consigliabile avvicinarsi troppo. E' un grosso masso cosparso di macchie rossastre; qui, si dice, fu bruciata la strega e le macchie sono state prodotte dal suo sangue che ne' la pioggia ne'il trascorrere del tempo hanno potuto cancellare. Quanto a Micillina, si crede che torni periodicamente sui luoghi delle sue gesta; talora appare sotto forma di gatta famelica, ululando pero' come un lupo.

 

Clerionessa

Anche nella storia di Clerionessa, vissuta a Giaveno, nei primissimi anni del '300, realtà e leggenda si sovrappongono. Maga ed esperta in filtri d'amore, Clerionessa abitava nella torre, oggi detta "torre delle streghe". Si racconta che un giovane di Giaveno si recò un giorno dalla strega, per farsi dare un filtro d'amore, con il quale intendeva conquistare una ragazza. La ragazza bevve il filtro preparato dalla strega, ma morì. Clerionessa fu processata e condannata ad essere murata viva nella torre in cui era sempre vissuta. Trascorsero alcuni anni e finalmente un giorno fu aperta la stanza, dove doveva trovarsi il cadavere di Clerionessa: ma la stanza era vuota, la strega era diventata un fantasma, che ogni notte spaventava la gente con lamenti ed ululati.

 

La Marchesa

Nel Canavese, nei dintorni di Crosaroglio, tra Forno e Levone, abitava ancora nel 1839, una vecchia masca detta "la Marchesa", il cui vero nome è sconosciuto. Lei stessa dichiarava di essere in buoni rapporti con il diavolo, di leggere nel pensiero e di conoscere ogni pratica magica. Portava sempre al fianco un falcetto e sosteneva d'essere in grado, legandosi una fettuccia a una gamba, di percorrere in brevissimo tempo, qualunque tratto di strada. Un giorno, tornando da Volpiano dove era andata a lavorare con altri del paese, disse di essere in grado di tornare a Crosaroglio prima degli altri. I compagni non le credettero e si fermarono a bere all'osteria. Giunti a Crosaroglio, la trovarono nell'orto intenta a zappare; alla gamba aveva ancora legata la fettuccia. Ormai prossima alla morte, la Marchesa cercò qualcuno che scegliesse il legaccio che le stringeva la gamba; nessuno voleva aiutarla, ben sapendo che in quel modo il potere della strega si sarebbe trasferito sul malcapitato. Finalmente una sua cognata le slegò la fettuccia: divenne una strega!

 

condannate o giustiziate con l'accusa di stregoneria dal Tribunale dell'Inquisizione

 

Pasquetta - Villafranca d'Asti - 1292 ·
Giovanna Clerionessa - Giaveno - 1298 ·
Raymonda Rivoyra - Pinerolo - 1302 ·
Alasina Rusco - Pinerolo - 1303 ·
Lodovico Batoto - Pinerolo - 1427 ·
Antonio Carlevario - Pinerolo - 1363 ·
Agnese Verino - Buriasco - 1324 ·
Giovanna Ulivieri - Buriasco - 1324 ·
Caterina Traversi - Buriasco - 1324 ·
Giacomina Tizzona - Buriasco - 1324 ·
Caterina Fogneta - Buriasco - 1320 ·
Bianchetta Poretta - Perosa - 1320 ·
Banda Garchi - Perosa - 1320 ·
Berto Cofferio - Perosa - 1320 ·
Agnese Gentona - S. Germano Chisone - 1320 ·
Lorenza di Cumiana - Cumiana - 1321 ·
Bertolotto Lamberti - Cumiana - 1321 ·
Matilde Grayla - Cumiana - 1330 ·
Giacomo Greys - Cumiana - 1330 ·
Giacomo Prato - Carignano - 1324 ·
Alisina Barberi - Carignano - 1331 ·
Anonima - Avigliana - 1325 ·
Peronetta da Aquiano - Chatel Argent - 1339 ·
Malregos Gastabey - La Salle - 1347 ·
Perochi - La Salle - 1347 ·
Antonio di Testo - Moncalieri - 1380 ·
Giacomo Ristolasio - Chieri - 1395 ·
Caterina Marzavaccia - Bernezzo - 1417 ·
Rosa Carlona - Mondovì - 1421 ·
Giacomina Zachino - Mondovì - 1421 ·
Giorgia Safollo - Mondovì - 1421 ·
Costanzo Malopera - Cuneo - 1417 ·
Anonima - Sospello - 1426 ·
4 Anonime - Chiomonte - 1429 ·
Anonimo - Chiomonte - 1429 ·
Anonima - Oulx - 1424 ·
Jeannette Garcine - Exilles - 1424 ·
Antoine Andrè - Bardonecchia - 1429 ·
Giovanni Calvino - Pont-Beau Voisin - 1430 ·
Giacomina Gambeta - Vigone - 1433 ·
Alice Ansacta - Sospello - 1433 ·
Marietta Caler - Valgrisanche - 1434 ·
Tommaso Balbi - Chiomonte - 1436 ·
Guglielmo Celier - Chiomonte - 1436 ·
Antonietta Forneri - Chiomonte - 1436 ·
Giovanni Forneri - Chiomonte - 1436 ·
Bardonecchi Moti - Chiomonte - 1436 ·
Jeanette Bruneri - Chiomonte - 1436 ·
Giacomo Bobini - Bracello - 1442 ·
Turino Albo - Almesio - 1442 ·
Giacomina Vallo - Almesio - 1442 ·
Antonia Dureto - Cantoira - 1442 ·
Alesina Conca - Monastero - 1442 ·
Giacometta Bordaro - Avigliana - 1444 ·
Margarita Tavallino - Pessinetto - 1445 ·
Sibilla Caselotto - Caselle - 1446 ·
Caterina di Chinal - Montjovet - 1447 ·
Margherita Quart - Issime - 1460 ·
Yona Ronco - Issime - 1460 ·
Antonietta - Perloz - 1461 ·

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CHE FARE
PER QUALE SCOPO
DOVE
Arroventare le catene della stalla e batterle con un bastone.
Per scoprire la strega e cacciarla
In tutto il Piemonte
Circondare la casa con un filo di canapa filato da una ragazza vergine, che non abbia mai prima di allora preso un fuso in mano.
Impedire alla strega di rientrare nella casa
In tutto il Piemonte
Mettere sulla porta alcuni fuscelli a forma di croce.
Mettere in fuga diavoli e streghe
In tutto il Piemonte
Far bollire gli abiti, pensare intensamente alla masca e recitare alcune formule di esorcismo.
Allontanare il maleficio dagli abiti
Cuneese
Portare al collo o in tasca un sacchetto contenente una certa quantità di sale fino.
Incantare la strega che si metterà a contare i granellini
In tutto il Piemonte
Bollire sette foglie di malva e altre erbe, mentre la vecchia del paese pronuncia alcune formule magiche; battere con bastoni sul paiolo.
Allontanare la fattura
Val di Susa
Fare il burro dal lunedì al giovedì, non il venerdì e il sabato, che sono giorni di Sabba; aggiungere un pizzico di sale.
Allontanare il maleficio dal burro
Val di Susa
Mettere alcune pietre bianche sui tetti delle case.
Per sfuggire alle masche
Balme e val d'Ala
Gettare negli abbeveratoi del bestiame tre foglie di ulivo pasquale e spruzzare con acqua benedetta.
Impedire alle masche di avvelenare l'acqua
Biellese
Bruciare i capelli dopo che sono stati tagliati.
Impedire alle streghe di usarli per fare bamboline su cui applicare il malocchio
Biellese

 

La storia di Catlina

Questa storia racconta di una bambina che si chiamava Catlina e che un giorno stava giocando in un prato: raccoglieva fiori e si divertiva a salterellare sull’erba quando, ad un certo punto, pesta un’ombra. Questa, però, purtroppo era la morte che, offesa, le dice che sarebbe andata a prenderla la sera stessa. Catlina corre a casa spaventata e racconta alla mamma l’accaduto, la quale la rassicura dicendole di venire a dormire accanto a lei, nel suo letto così, quando la morte sarebbe arrivata, si sarebbe svegliata per aiutarla. Quella notte Catlina si svegliò perché sentiva la morte che stava salendo su per le scale, chiamandola: "Catlina sto venendo a prenderti: sono al 1° piano". La bambina allora cerca di svegliare la mamma, scuotendola: "Mamma, mamma, mamma svegliati: la morte mi sta venendo a prendere", ma la mamma non sentiva e non si svegliava. La morte ripete alla bambina sempre la stessa frase per ogni piano (Catlina abitava all’ultimo piano di un palazzone). La bambina è sempre più terrorizzata e continua ad invocare invano la madre per aiutarla; cerca persino di svegliarla pungendola con uno spillo, ma la mamma sembra addormentata così profondamente da non sentire il dolore delle punture: il suo braccio sanguinava e Catlina sente la morte sempre più vicina, fino a quando si sente dire: "Catlina sono ai piedi del letto!………Catlina sono venuta a prenderti!!!!…….." e se la porta via. Laura Carelli, 75 anni (Coazze).

 

La torre delle streghe

Tutti a Giaveno conoscono la Torre delle streghe, che si trova vicino al paese: è un edificio disabitato, dentro il quale molto tempo fa visse una masca conosciuta da tutti, che si chiamava Clerionessa. Si diceva che questa vecchia non fosse proprio una strega, ma un’esperta di magia che cercava di aiutare la gente mettendo a disposizione loro le sue conoscenze. In paese la rispettavano tutti, invece di aver paura di lei, e si vedeva spesso tanta gente che saliva le scale della sua torre per andare a chiedere consigli, per farsi fare delle fatture contro il malocchio o per farsi leggere il futuro. Qualcuno, si dice, che sia andato a chiederle qualche pozione magica per far tornare la persona amata! Infatti un giorno andò a trovarla un ragazzo che da molto tempo corteggiava la fanciulla più bella del paese: aveva già provato di tutto per farsi notare da lei, ma niente da fare; non le rimaneva che sperare in Clerionessa. La vecchia, quando lo vide entrare, capì subito cosa era venuto a chiederle il ragazzo prima che lui aprisse bocca: gli disse di tornare fra una settimana. Dopo una settimana, il giovane, andato a ritirare la sua pozione, decise di usarla immediatamente, approfittando della confusione che c’era (era la festa di martedì grasso), e la versò nel bicchiere della ragazza. Quando la fanciulla bevve quello che credeva essere vino, iniziarono i guai: bastarono pochi attimi poi lei lanciò un grido e scivolò a terra; nessuno riuscì a farle riprendere i sensi e pochi minuti dopo morì. Il ragazzo non sapeva più cosa pensare, ma il peso del segreto era troppo grosso per lui, e così, poche ore dopo, tutto quanto il paese ne venne a conoscenza. La rabbia della gente si diresse non contro il giovane, ma verso la strega: una grossa folla di gente assaltò la torre di Clerionessa, la quale venne salvata dal linciaggio da alcune guardie. Venne in seguito processata; non fu bruciata, ma la sua condanna fu molto peggio: la murarono viva dentro una stanza della sua stessa torre. Da quel giorno cominciarono a girare strane voci in paese: si diceva che la strega rifiutasse il cibo che gli passavano da un buco della parete murata, e non si capiva come facesse a restare viva. Cominciava a incutere più paura dopo che era stata rinchiusa che non prima, quando era libera! La gente del paese, comunque, aspettava con ansia la sua morte; ma lei non diede mai questa soddisfazione a nessuno. Un giorno, infatti, uno dei carcerieri che era andato a portarle da mangiare, vide che la cella era vuota; abbatterono così il muro per controllare meglio, ma la strega era sparita nel nulla. Da allora tutte le notti si sentono degli strani rumori e dei lamenti provenire da quella torre, e la gente pensa che sia opera del fantasma della strega. Bruno Tessa, 52 anni (Giaveno).

 

L'arco delle streghe

Nella borgata villa si trova l’arco delle streghe: un arco molto vecchio che si trova sotto una torre altrettanto vecchia, dove passa la strada. Il nome "l’arco delle streghe" è stato dato perché si racconta una vecchia leggenda (di circa cento anni fa). In questa leggenda si racconta di una strega che aveva fatto morire con la sua pozione un viaggiatore che gli aveva chiesto di farlo diventare giovane. La strega, naturalmente, è stata subito accusata ed imprigionata proprio in quella torre, sopra l’arco delle streghe. Allora la strega, per non farsi bruciare sul falò, è scappata con un incantesimo, per merito di erbe e di formule magiche che lei conosceva. Il giorno dopo, quando la guardia è andata a vedere come stava la prigioniera, non ha più visto nessuno: c’era soltanto dell’erba bruciata, non si sa in quale modo. La sera dopo si sentivano dei lamenti e dei pianti paurosi dentro la torre stessa, senza che ci fosse però nessuno dentro. Subito la gente gli ha ricamato sopra una leggenda, anche se non si sa se quei lamenti fossero stati dell’anima del morto avvelenato oppure della strega. Nella Val Sangone ci sono diversi posti dove i vecchi raccontano che si tengono incontri di maghi e di masche. Questi posti sono considerati luoghi dove si riuniscono le streghe, più che altro per la forma e le posizioni che hanno certe pietre. Sembra però che ogni anno le streghe si diano proprio appuntamento perché si possono trovare per terra dei resti di fuochi bruciati. Non si sa se queste cose siano state fatte apposta da qualche "balista" (mattacchione); però questi avvenimenti fan sì che la leggenda rimanga viva.

 

Testimonianza di Eugenio Visconti

Anni 85 (nato a Roccaverano - AT, residente a Spigno Monferrato - AL - (I fatti raccontati sono successi intorno al 1930). "Io avevo quattordici, quindici anni; quando ho visto il ciair (il chiaro) avevo diciassette anni, sono del ’14, quindi… Ho visto il chiaro a Menasco, è in campagna, era un chiaro che dire non si può dire ma si vedeva che girava alto così da terra, 1 m, 80 cm da terra, faceva un’ombra così e chiaro tutto intorno, tutto uno splendore così. Di notte (e si girava senza luci normalmente) si presentava nel rivass (terreno inclinato, non necessariamente vicino a un fiume), nell’Isola, in posti dove a piedi non si può neanche andare, andava veloce come uno a piedi , e poi ogni tanto si spegneva ,ma un secondo eh, faceva che spegnersi, faceva soltanto un pezzetto come di qui a là (2 o 3 metri),poi di nuovo faceva chiaro. (Io l’ho visto), urca!, (quando l’ho visto da vicino) avevo una pietra da tirargli, mi è caduta dalla paura. Pensavo che fosse un uomo, invece non c’era nessuno, era grosso, faceva uno splendore (come) una lanterna, non una luce viva, una luce un po’ come (quella di) un lanternino, quei lanternini di una volta che facevano una luce un po’ annebbiata, un po’ scura, una bella luce, si vedeva… (Non volava in alto) tanto alto no. Poi anche buonanima di mio papà una volta (ero arrivato e gli ho detto) "Guarda che era sotto il rivass ". "Vado a vedere". Lui non aveva paura. Quando era sul rivass l’ha visto il chiaro da sotto che girava, poi (s’accendeva e) si spegneva, poi s’è girato verso di lui e lui ha avuto paura. Non si poteva capire cosa fosse. Battistino anche l’ha visto. (Da 5-6 m) non si poteva capire se ci fosse qualcuno, si vedeva che c’era qualcosa lì, ma non che si potesse capire, come se ci fosse un nido, un nido d’uccello grosso, c’era un po’ di volume lì. (Non era una luce come una lampadina) ma come una lanterna. Poi non l’ho più visto, gli altri non so, mio fratello Battistino l’ha visto, buonanima di mio padre l’ha visto e io non l’ho più visto. Di luci così a volte c’è il sole, a volte c’è la luna che picchia in un vetro e manda splendore, ma è una luce che si conosce, invece quella là andava, nei campi, attraversava anche la strada perché io, andando a Mombaldone, lui montava il rivass andando su e i nostri vicini avevano la legna sopra, io credevo che fossero i nostri vicini, ma quello lì è salito su come niente, andava tanto forte in salita quanto in pianura e l’altezza era sempre uguale, poi ha girato, è sceso, veniva vicino a me e io avevo una pietra da tirargli ma avevo paura, non sapevo perché… Questo è successo a Menasco (gli altri l’hanno visto) altri giorni, altre sere, sempre (in quel periodo)lì ,in giro, l’hanno visto giù dal Bormida, l’hanno visto sopra dallo stradone, quella zona lì. [ Menasco è una cascina tra Montechiaro Denice (AL) e Spigno Monferrato (AL)] Poi un’altra, che dicono di non dirle no, io andavo a vegliare, andavo alla stazione in compagnia, arrivavo a casa di notte all’una a volte no, poi mangiavo (c’era un cassetto nel tavolo e c’era della roba dentro da mangiare), accendevo il lume perché allora avevamo il lume, non avevamo la luce (elettrica), e sopra dormiva mio fratello, sopra si sente un tac, tan tan tan…,c’era una stanza di là, lui apre il lucchetto, poi c’era una scala che scendeva giù e qui c’era la porta che usciva fuori, quella che veniva dentro, poi c’erano ancora altre porte tutte sprangate, vado a vedere ma non c’era nessuno. (Avevo sentito come dei) passi, pensavo fosse qualcuno di quelli che erano a dormire che veniva a vedere. Ho perfino battuto nel tavolo, ma non si è neanche rotto. Le porte non si chiudevano con la serratura, avevano un barot (ramo) così contro la porta, come han fatto a uscire non so, dove sono andati (nemmeno). Quando mio fratello ha acceso la luce nella stalla al mattino per pulire i buoi ha acceso la luce, e come l’ha accesa ha preso uno schiaffo (e non c’era nessuno. Questo è successo nello stesso periodo e nella stessa zona,) era nella semina del grano che ha preso lo schiaffo (ottobre-novembre, non era la mattina dopo dei passi, ma) 15-20 giorni dopo, poi noi non calcolavamo,(non stavamo) a guardare, allora andavamo così. (Sempre nella cascina a Menasco), che si passa da qui andando giù dove c’è quella segheria, abitavamo là; io e mio fratello Edoardo, quello che è morto, dormivamo nella stessa casa ma dalla parte di là. Una notte ci tirano via le coperte da addosso, ma noi eravamo svegli, non che dicano che sognavamo perché uno solo può sognare… Tira da una parte, tira dall’altra, andavano via le coperte da addosso. (Eravamo) svegli, di sicuro, perché quando sogni è diverso, il sogno lo vede sempre uno, non che due possano combinare un sogno solo. (Non c’era nessuno), c’erano solo le coperte che andavano via. Secondo me era una fisica, un’invidia. Nella medesima casa dove abitava Manara ci stava sua sorella, che poi è andata a abitare a Rocchetta, che ha sposato Manara e stavano poi nella casa dove abitavamo noi , dalla parte di là, perché c’erano tante case nella stessa casa e avevano un bambino , aveva un anno, non ricordo più se aveva 8 mesi, o un anno o un anno e mezzo, per lì là, e di notte piangeva sempre. E loro erano gente un po’ più furba di noi, capivano qualcosa, ha preso un fucile e fa due colpi nell’aria fuori dalla finestra, non ha mai più pianto. Io ho idea che sia un’invidia, una fisica forte, che siano magari quelli deboli che la sentono, quelli che hanno più paura, magari che gli faccia effetto. A me, dopo che ho fatto il soldato, queste cose qui non sono mai più capitate. (Mi capitavano) sotto i vent’anni, ma non solo a me, anche agli altri. (Si pensava che qualcuno più forte, mentalmente più forte, agisse negativamente influenzando delle persone più deboli che subivano queste cose, che però non è che non si vedessero, erano create ad arte); si formavano anche delle bestie, si formavano anche diversamente, allora si formavano veramente. A Garbavoli c’era una capra… tua nonna Santina lei lo sa perché andava a portare le bestie al pascolo anche lei, lei lo sa, non è che lo dica io…la capra più bella che avevamo noi , la capra più buona che era pronta ad avere i piccoli, se passava da quella casa là pativa, i nostri vicini di là, la capra non voleva più andare avanti di lì, addirittura si inginocchiava e non passava più, non è più passata di lì. Però mia madre diceva: "Non andate più di lì a portare le bestie al pascolo, andate dall’altra parte. Qualcosa sapeva mia madre. Le altre (capre) andavano (avanti, questa invece) andava fino vicino a quella casa, poi non andava più. E poi a questa capra, non siamo più andati là allora, i topi sono andati a fargli i buchi sul collo che si vedeva l’osso, e va be’, una sera (le fanno) un buco, l’altra sera le fanno un buco, buonanima di mia madre le ha fasciato il collo. Anche se era fasciato lo facevano di nuovo, buona fine che le hanno fatto cinque o sei buchi, la capra non stava più su da coricata, se non sta più su da coricata la capra muore. Poi c’era mio cognato Ernesto e diceva "Ma cosa ho da fare a questa capra?". Mio padre gli ha detto "La ammazzi e poi la sotterriamo". E così ha fatto, ha fatto un bel buco, l’ha ammazzata e dopo che era sotterrata ha belato e ha fatto la sua voce. Non è che lo dica io, ma tua nonna lo sa, andava dietro anche lei alle capre, vedeva che s’inginocchiava e non andava (avanti) perché c’era una fisica , c’era una potenza, c’era qualcosa. Masca vuol dire strega. Sapevamo chi erano, lo sapevamo, non potevamo dirglielo eh. Una era quella che abitava a Garbavoli vicino a noi dalla parte di là, si chiamava Pina, una vicina di casa, la chiamavano Pina, era la suocera di quella lì, Vittoria, che adesso è morta anche lei, quella lì era una strega. (Se c’è ancora qualcuno a Garbavoli che ne sappia qualcosa non saprei, quello lì me l’hanno raccontato anche altri di quella donna Pina, allora io racconto solo quello che mi hanno detto, ma può essere vero o non essere vero, non posso dirlo, ma quella lì ha fatto morire suo nipote ai tempi dell’altra guerra. Suo figlio era in guerra nella guerra del ‘14-’18, era sposato e avevano questo bambino, maschio, e a lei piaceva andare a ballare. ‘Ste donne andavano a ballare, lasciava a casa questo bambino, a volte lo metteva nella culla, magari che guardasse… Una volta è andata a ballare ed è arrivata a casa che il bambino era bell’e soffocato, tra la culla e il letto, morto. Poteva anche essere (un incidente), qui raccontano quello. (A Spigno all’epoca, o forse prima del ’14, ci sono state in piazza bruciate delle streghe al rogo, hanno bruciato diverse donne) poi avevano detto che il Papa le ha benedette, che non potevano più lavorare, d’ogni modo adesso no eh, ma (parliamo di) 70-80 anni fa. Non capitava solo a me, anche agli altri, qualcosa vedevano tutti, avevano quella potenza lì ‘ste streghe. Ai Gherbè , i padroni lì dei Gherbè, quando siamo andati ad abitare noi (nella cascina che chiamavano così), di là c’era quella famiglia lì, e ha detto: "Quando pulite il maiale non lasciatelo uscire e andare di lì, che se va di lì muore; andava là e moriva. Tutti gli anni, tutti gli anni, se mollavano di là il maiale moriva, tutte le volte. Si allontanava un po’, a volte lo vedevano, allora faceva 50 metri, 100 metri, e il maiale moriva, andava verso quella casa là, da quella casa là a noi ci saranno stati 100 metri… non c’era niente da fare. [ I Gherbè erano un gruppo di case tra Mombaldone (AT) e Spigno Monferrato (AL)] Lì ai Gherbè Secondino è arrivato di notte tardi, non so, per andare a dormire c’è una scala, per salire, lui sale la scala, sempre a quei tempi là, saliva la scala per andare di sopra, dice che gli è venuto incontro un ribatòn (come qualcosa che rotola), non ha capito cos’era, si sente rovesciare, sente paura, e al fondo aveva sprangato la porta, non poteva andare via, (ma) in casa non c’era nessuno. Si formavano e disformavano , io non so come sia. Allora non è a quei tempi là, era un po’ più tardi (un po’ prima della seconda guerra mondiale), dormivamo, ma io ero sveglio, e poi avevamo Ivana piccola, mi sembra, eravamo svegli, e vicino alla porta (bussano) dieci o dodici volte, ma forte, che io volevo saltare giù a prendere la rivoltella; ma prendo la rivoltella, vado là, apro la porta, in sostanza che non ho trovato nessuno. Ma la porta l’hanno picchiata eh, non che sia stato un gatto, la porta l’hanno picchiata. E io ho aperto, sa c’era qualcuno gli sparavo. Non c’era nessuno. Intanto facevano paura. Ma tua mamma (rivolto al figlio) può dirlo anche adesso, non l’ha mai più detto, ma non lo nega quello, perché era sveglia. Tutte robe che allora c’eravamo dentro, uno diceva, l’altro diceva… Io dico la verità: da dopo che eravamo lì a Menasco, di notte, andare a dormire, andare, tornare a casa, avevo paura, e fuori no, fuori in qualunque posto andavo io non avevo paura; quando arrivavo a casa avevo paura, andavo lo stesso eh, però avevo paura (perché all’aperto) ci vedi, (mentre in casa si poteva nascondere qualche pericolo). Io li raccontavo (anche agli altri questi fatti) e gli altri raccontavano le loro. Il primo dei Grapiò (Grappioli), l’ha raccontato lui, quando era giovane, che era già un po’ più vecchio di me, che si sono scontrati di notte con dei cavalli grossi che trottavano e gli vanno incontro. Lui si è trovato paura, ha preso una strada (scorciatoia) dove andare, dice che ha preso di là verso la Roca (Roccaverano); la mattina si è ritrovato sullo stradone per andare a Roccaverano. Lui, se è vero, si è trovato là. Lui è scappato, aveva paura dei cavalli che gli andavano incontro, e lui per scappare ha tagliato e poi si è trovato sullo stradone di Roccaverano. Ma lui non sa se l’hanno trasportato, lui si è trovato paura dei cavalli, si è messo a correre, attraversare, e dice che il mattino si è trovato sullo stradone di Roccaverano (avrebbe fatto circa 15 km), io non ho visto. C’erano i furbi, c’era la fisica, che facevano così. Ma era un brutto vivere eh allora!, perché se uno ha un po’ d’invidia va lì a farti paura di notte… Fare paura è un conto, perché andavano anche a far paura delle volte, magari andavano ad accendere una luce, vuotavano delle zucche e poi ci mettevano una luce dentro, scherzi!, però si capivano, si capiva che era uno scherzo che avevano fatto, ma diversamente, quello che non capivi… è brutto. Io quella lì del chiaro… ti viene incontro, si spegne, poi ti viene incontro, faceva un po’ d’ombra, questo chiaro faceva luce, dentro c’era un affare un po’ più scuro, persone non erano. Io non ho potuto capire niente, (solo tanta paura). Dopo che ho fatto il soldato non avevo più paura, allora non ne ho più viste, ma poi dicono che il Papa le aveva benedette, che non le lasciava più lavorare (le masche), va a sapere se è vero! (Delle persone che avevano dei poteri agivano più che altro per fare del male) senz’altro, cosa vuoi che dica, guarda, noi vedevamo, ma poi dispetti non che ne abbiamo ricevuti, (non) che abbiamo ricevuto del male o cose così, noi no, però facevano paura. A raccontarle adesso i giovani non possono (credere), dicono "Raccontano delle balle", ma sua nonna può dirlo, sua nonna qualcosa l’ha visto e può dirlo. Tua nonna ai Gherbè si ricorda, avevamo, di sopra… c’era la volta, c’erano i legni e le tore da solai (assi da solaio) , e un bel momento, in quel solaio lì, si sono incrociate tutte le tore, una girata di qui, una girata di là, e il solaio è andato all’aria. Poi l’hanno aggiustato, sono tornati a metterli a posto, ma chi è che è venuto a rancarli? Le tore erano a posto (il solaio era sano). Li abbiamo trovati così (senza che nessuno li avesse toccati).

 

Testimonianza di Santina Visconti

Anni 87 (nata a Roccaverano - AT, residente a Bazzana di Mombaruzzo - AT - La capra si fermava e non andava più avanti, ne avevamo tante, sai, poi c’erano anche quelle della mia vicina, una quindicina le avevo, si inginocchiava e non partiva più; io la picchiavo con un gurin (vimine), però dopo m’han detto: "Non picchiarla, che poi si alza da sola", poi è vero davvero. C’erano le masche, c’era una donna che sapeva fare la fisica perché l’ho capito da lì, perché quando andavo a portare le bestie al pascolo da quella parte lì questa capra non andava, si inginocchiava, e (se) andavo da un’altra parte andava (avanti). L’abbiamo capito per quello che era la fisica, e dicevano la masca perché faceva la fisica, magari non ti vedeva volentieri… ti faceva inginocchiare per terra. Solo una capra sola, ne avevo quattro, cinque o sei, pecore ne avevo tante da portare al pascolo, quello lì, passando sotto una casa che c’era quella donna che dicevano che sa far la fisica … è vero sì perché questa capra s’inginocchiava con le gambe dietro in alto e quelle davanti in ginocchio. (La donna) macchè, non si vedeva, si vedeva (che) era dalla finestra magari in casa, nella sua casa, perché noi passavamo sotto la sua casa, e difatti quando andavamo da un’altra parte non lo faceva, quando passavamo vicino, passavamo sotto la sua casa ma non proprio vicino, si inginocchiava e non andava più. Io piangevo. Quella lì una volta si affaccia alla finestra: "Vai, vai, che poi, vedrai, la capra verrà", e difatti mi è venuta dietro. Faceva la fisica, dicevano che sapeva fare la fisica, era una masca. Ce n’era anche un’altra (masca), ma non lavorava come quella lì, adesso non ricordo più bene, ma qualche cosa era buona anche a fare quella là; ma questa qui di più eh, farmi inginocchiare la capra quando andavo al pascolo!, e una bella capra, delle più belle! Abbiamo detto qualcosa a mio padre, ma ha detto: "Ma… lasciatele perdere!". Avrò avuto da nove a dieci anni. Questi lumini che andavano in giro li vedevamo, poi si spegnevano, poi si accendevano, dicevano che sono… C’era gente che sapevano fare la fisica (erano masche) a Garbavoli, avevano i loro genitori, sì, sì, avevano la famiglia (le masche). I lumini li vedevamo accesi, stavamo a vedere, poi si spegnevano e non si vedevano più fino al giorno dopo, scartavano ma non tanto (erano sempre nella stessa zona). Dicevano a quei tempi che c’erano le masche, ma sarà stato vero sai? Cattiverie no, facevano quei dispetti lì alla gente. (Parlavano anche con la gente) ma non dicevano che erano masche quelli che erano coi lumini vicino. Adesso non ce n’è più… qualcuno, ma pochi, ce n’era tanti una volta di quei lumini… eh, tempi diversi erano! Io andavo al pascolo, avevo cinque pecore e tre capre, andavamo nei boschi e, sai, ne vedevamo per così delle cose, se avessimo scritto, o segnato qualcosa… (Nei boschi c’erano) piante di castagna e piante di rovere. Le facevamo andare nel bosco, mangiavano finchè volevano, e poi le facevamo andare a casa, bevevano, e poi dopo pranzo le portavamo di nuovo (e lì vedevano le masche). Mio padre rideva, "Ma vai, maschere, che non è vero". Li vedevamo proprio come persone. Andavamo al pascolo insieme. Mia mamma mi ha detto: "Non dirle mica che è una masca". Lo sapeva, ma a me ha detto di non dirle niente a ‘ste masche (perché se gliel’avessi detto) forse era meglio, o era peggio. Ne avevamo proprio una che era vicino a noi, dicevano "fa la fisica", non so cosa vuol dire. (Quando la capra si inginocchiava una volta l’ho detto a mia mamma) e intanto mia mamma ha guardato una sua amica: "C’è quella là". Sapevamo già che era quella donna lì. Una volta (a questa capra) le abbiamo trovato un taglio sul collo, ma non sapevamo come era andata a finire, se se l’era fatto da sola o se gliel’aveva fatto quella là. Mia mamma la ungeva sempre con l’olio, ci metteva un po’ d’olio, ma intanto ci ha tirato otto o sette giorni, mia mamma la fasciava, quando si coricava, non ricordo (se quando era fasciata capitava ancora). Ai maiali (non faceva) niente. Eh, quella capra lì l’ha visto il brutto! Quello è successo a noi. Una mattina, che il tetto era sano, forte, una mattina (ci troviamo) quel tetto tutto disfatto, uno sopra l’altro, l’altro per traverso… "Oh, cosa è successo!". Sai che erano uno attaccato all’altro, si sono proprio distaccati, e mia mamma è andata a vedere, poi ha guardato mio papà e ha detto: "Eh, è quella là". (Erano) legni, di legna. E quando ha detto "E’ quella là" ho capito che ha voluto dire questa donna. Niente rumori; oh, l’ho conosciuta bene io quella lì! Poi ho visto mia sorella che ha guardato mia mamma, si son guardate perché loro lo sapevano che c’era quella donna lì che faceva i lavori, (la fisica). Avevamo la casa ben fatta, sana là, e la mattina ci siamo alzati, e non abbiamo sentito rumore. "Ma sai che c’è tutto il coperto scoperto?". Mio fratello dice: "Ma sarà mica piovuto?". "Ma che piovuto?"… Tutto scoperto, una tegola qui, una di là, tutto sbardlato (sparso, in disordine). "Porca miseria" mi dico "cosa è successo?". Poi ho visto mio papà che ha detto a mia mamma: "E’ quella donna là, è quella là". Quelle che si sono incrociate, anche quella lì… quella lì è un’altra; non hanno potuto sapere se era quella donna lì, perché non l’hanno vista andar sopra, allora c’erano… come si chiamano?, lavori di legno. (Mia mamma) era andata sopra, è venuta giù, mia mamma: "Oh, ma cosa è successo?". Va a vedere mio padre: "Oh, ma che cosa?, ma cosa è successo?". Nessuno li aveva toccati, nessuno della famiglia. Là in campagna eravamo nel bosco. Si intrecciavano ‘sti legni, erano liste, che tagliavano la legna, quelle più belle le tenevamo per tirare su i bachi, in casa, li portavamo noi in casa, e poi li trovavamo lì, mezzi tutti spaccati (e incrociati). I miei genitori non dicevano niente eh per quella donna! Era una donna che era buona (a fare la fisica), ha fatto la fisica. Le coperte si muovevano. Delle volte c’era il letto fatto, magari poi lo trovavamo tutto sfatto, in casa nostra, ma sono tanti anni, io ero ancora una bambina, avevo sette anni o otto. (Facevamo il letto, andavamo fuori, tornavamo e trovavamo il letto disfatto) ma dopo tanto perché quando andavamo fuori andavamo a lavorare, quando andavamo a casa si trovava il letto sfatto, tutta la roba… Qualcuno lo ha fatto quel lavoro lì, perché altrimenti non ci poteva essere tutto incrociato, tutto… Mi ricordo mio papà che diceva: "Sono le masche, quelle che fanno la fisica, che sanno lavorare". Quella (masca) lì sì che l’abbiamo vista, è venuta in casa, (un lumino) era sulla finestra di casa, mia mamma l’ha messo spento perché andavamo a dormire e si spegneva, e poi li ha trovati aperti, non ricordo più se il mattino o la notte. Ricordo io che ero bambina: "Come ha fatto la masca a venire in casa che c’era tutto chiuso?". "Eh, ma loro sanno, sanno come fare, si arrangiano". Io ho detto a mio padre: "E perché non ammazzano ‘sta donna?", "Uh, non si può, non si può". L’avranno altro che spaventata, (ma lei non aveva paura di) niente. La capra l’abbiamo portata a casa dal pascolo, era tutta spelata, ci mancava tutta la lana, e ricordo che mio padre m’ha detto: "T’ha mica visto quella donna?". Si chiamava Pina, faceva dei lavori senza toccare niente; ma una volta, quando ero bambina io, ce n’era tante, ce n’era per così masche! Sono andata a dormire, io coi bambini ero andata a dormire presto, mia mamma è andata più tardi; una maschera è andata su per la scala, si è fermata lì da una parte, è andata su mia madre, quel sacco, sembrava un sacco, le è saltato incontro, ma non ha conosciuto che era una persona. "Porca la miseria" ha detto a me "ma cosa m’hai fatto?", "Io non t’ho fatto niente", e poi l’altra ci ha detto: "Eh, è quella donna". Ma non me lo dicevano eh! Faceva vedere che era il sacco, ma era una persona. Mia mamma li segnava (i vermi), prendeva un po’ d’acqua in una tazza, una scodella, poi cosa ci metteva non ricordo, ci metteva qualcosa, poi ce la metteva nella sua camera, non ricordo più bene, potevo ben scriverlo!, erano cose da tener da conto. Una volta è venuta in casa, ha fatto qualcosa perché poi i bambini non mangiavano, e l’altra più alta che era mia sorella neanche, sembrava che non stesse neanche tanto bene. Sembrava che (quella Pina in casa sua) giocasse come un bambino, adesso non ricordo più se erano legna o se erano pezzi di carta (tutti diversi) e gomitoli.

 

Testimonianza di Teresa Beratto

Anni 87 (Traversella) "Mia madre mi raccontava una volta che quando c’era suo nonno vivevano qui le masche, ma queste non sono cose da raccontare. Un uomo apparso di notte C’è invece una storia più recente che non è sulle masche ma sul fatto che la vita è un mistero. C’è un ragazzo che abita qui vicino che si chiama Gabriele, figlio di Ester , è giovane, avrà vent’anni e viene qui con la morosa ogni tanto. Quindici giorni fa, si era fatto tardi e stavano per andare a dormire quando la ragazza si è accorta che non aveva più gli orecchini e quindi era decisa a ritrovarli perché altrimenti non sarebbe riuscita a dormire. La casa è solo con un pian terreno e il primo piano, allora la ragazza scende verso il grosso cortile per cercare gli orecchini e vede un uomo seduto su una sedia con la testa appoggiata ad un bastone, ma il portone era chiuso a chiave e il muro di cinta è molto alto e non poteva esserci nessuno là. Allora spaventata torna in casa di corsa, urlando che fuori c’era un uomo ma fuori non c’era nessuno. Allora Ester, la madre del ragazzo, riconosce in quell’uomo suo padre morto, perché era solito sedersi lì nel cortile in quel posto e a quel modo. Ed è proprio un mistero la vita perché se ci fossero state cinquanta persone non sarebbe apparso, mentre l’ha visto una ragazza che non l’ha neanche mai conosciuto e non è sua parente e infatti non ha capito che quello era l’anima del nonno del suo fidanzato. Gli airali Questa è una storia recente, mentre mia madre mi raccontava le storie di una volta e diceva che la nostra casa vicino alla fontana era stata costruita sopra un airal, una piazzola dove facevano il carbone. Qui c’erano tanti airal, perché si usavano le piante di castagno per fare il carbone dai primi anni dell’Ottocento e la nostra casa è stata costruita dal nonno del nonno di mia mamma, che diceva che in casa sentivano sempre dei rumori e non potevano dormire la notte, ma non vedevano mai nessuno. I carbonari Questo mio antenato nel 1821 era già sposato,quando arrivarono gli sbirri ( la polizia che cercava i carbonari ) che cercavano un avvocato e suo figlio perché erano carbonari. Il mio bis-bisnonno stava andando ad Ivrea con il mantello e lungo la costa incontrò gli sbirri che stavano salendo e lo fecero tornare indietro per mostrargli la strada, anche se avevano una carta, fino vicino a Traversella. Lì, vicino al ponte, che allora era più basso e più stretto, gli uomini gli parlarono in un linguaggio incomprensibile e come saette avevano già circondato la casa dei due carbonari con i fucili puntati ed era notte fonda ma la luna era grossa e molto luminosa. A quel punto dissero al nonno che poteva pure ritornare per la sua strada, sicuri di catturare i due che però non furono trovati, né mai più visti. Un uomo apparso di notte Erano due secoli fa e questo nonno lavorava alla miniera di Traversella e quando tornava a casa accendeva il fuoco per fare seccare le castagne sulla grata e intorno metteva ad asciugare i suoi abiti e gli stivali bagnati dall’umidità della miniera. Una sera tornando dal lavoro vide che seduto lì vicino al fuoco c’era un uomo che non conosceva. Allora non abitava nella casa che si era costruito ma in un’altra, chiese all’uomo sconosciuto cosa voleva e cosa doveva fare lì e questi rispose che doveva parlargli. "Hai un figlio che si chiama Bernardo ? " gli chiese, "non deve sposarsi prima di venticinque anni; sono venuto per dirti questo." Dopo di che l’uomo sconosciuto sparì. Il figliolo si sposò prima di venticinque anni, non ascoltando il consiglio dell’uomo del fuoco, e così a venticinque anni esatti morì e lasciò orfani due bambini.

 

Testimonianza di Pietro Franza

Anni 58 (Traversella) « Il sentiero delle anime Il sentiero delle anime come mi veniva raccontato da bambino era una mulattiera che partiva dalla frazione di Scalaro e arrivava a valle fino a Fondo, che faceva comune e dunque aveva il suo cimitero. Quando in inverno moriva qualcuno su a Scalaro, il corpo non poteva essere trasportato fino al cimitero a valle perché per strada c’erano la neve e il ghiaccio perciò veniva messo nella neve o comunque in qualche posto al gelo perché si conservasse fino a quando in primavera si poteva scendere di nuovo a Fondo. Allora si faceva una processione con tutti i corpi per trasportarli a valle e poi seppellirli nel cimitero e si utilizzava un sentiero ( quello delle anime) lungo il quale si trovano delle pietre con delle incisioni di croci e di uomini e lì si sostava per dire qualche preghiera per i morti. I vecchi e la polenta Un’altra storia che si raccontava riguarda i vecchi e la polenta grassa. Quando un tempo i tempi erano duri e c’era davvero poco da mangiare, le persone più vecchie e incapaci ormai di lavorare erano davvero un grave peso per i famigliari e allora, nelle giornate particolarmente soleggiate e calde si permetteva loro di mangiare tutta la polenta concia, cioè col burro e il formaggio fuso, che volevano finché fossero finalmente sazi e, poiché c’era sempre molto poco da mangiare questi ne mangiavano delle grandi quantità. Poi, li si mandava a passeggiare sotto il sole forte e caldo e tante volte non tornavano più indietro perché prendeva loro un colpo e rimanevano là stecchiti. La notte dei Santi Una tradizione legata alla sera dei Santi, il primo di novembre, è quella di fare la zuppa di cavoli e le mondelle, cioè le caldarroste, e lasciarle la sera, prima di coricarsi, sulla tavola imbandita o vicino al camino perché quella notte i morti vengono a fare visita ai parenti e hanno fame, per cui possono trovare qualcosa da mangiare. Ci sono tante persone che dicono che il giorno dopo hanno trovate molte meno castagne o zuppa di quante non ne avessero lasciate la sera prima.»

 

Testimonianza di Gianni Bordano

C’era un uomo di Durando (un paesino molto sopra Fondo) che aveva sognato che se fosse andato su un ponte a Pavia avrebbe trovato un tesoro, così partì e passò tutto il giorno sul ponte in cerca del tesoro finché incontrò un altro uomo a cui raccontò il suo sogno. Questi gli rispose che lui, invece, aveva sognato che sotto il noce di Durando c’era un tesoro. Così il primo uomo tornò a casa a Durando e cominciò a scavare; trovò così uno scrigno ma rimase addormentato – interviene Candida a dire che non rimase addormentato ma riuscì ad aprire lo scrigno che era pieno di gioielli – comunque alla fine riuscì ad aprirlo e siccome era già notte aveva messo dell’olio da bruciare dentro ai gusci delle noci per poter continuare a scavare nel buio e poi rimase addormentato. Quando si risvegliò disse che intorno c’erano gli urciat, che gli avevano portato via tutto il suo tesoro. Le masche Se vuoi sapere qualcosa delle masche devi chiedere a Don Tuc, che io non ne so niente. Le masche penso che siano solo delle storie; erano delle specie di streghe – che facevano avere delle visioni, aggiunge Candida. La pietra dell’uomo selvatico Qui sopra c’è la pera dl’om salvè, la pietra dell’uomo selvatico, ed è una pietra messa su dritta su altre tre pietre e vuota dentro – dice Ezio che forse l’aveva scavata un pastore un po’ scontroso.»

 

Testimonianza di Ezio Arnodo

55 Anni «Spiriti Si diceva che una volta che si sentivano gli spiriti. A Drusacco c’era una casa dove si diceva si sentissero i fantasmi, ma io, che lì ci sono stato, non li ho mai sentiti perché non ci credevo. Il lupo e i due ragazzi C’era una volta un giovane che mentre andava verso Succinto incontrò il lupo e si spaventò per paura di essere mangiato, ma l’animale gli disse che poteva continuare per la strada che lui voleva mangiarsi qualcun altro – di Traversella, dice Candida - … ma io la storia non la so più. Uomo selvatico A proposito degli uomini selvatici, m i ricordo quando da piccolo andavo in montagna a Rea chossa, c’erano due uomini che abitavano vicino al precipizio, ma non ti salutavano e non parlavano con nessuno; quando ti sentivano passare si chiudevano in casa e guardavano da dentro quelli che passavano.»

 

Testimonianza di Lidia Frandino

Anni 57, Saluzzo. Una volta c’era una tradizione che diceva che c’era una luce che accompagnava gli uomini che andavano d’estate a bagnare le campagne e le ragazze che andavno a ballare che arrivavano a casa tardi la sera e allora questa luce li accompagnava e gli faceva chiaro fino sulla porta di casa. La gente si era affezionata a questo Luciu Bel, lo chiamavano Luciu Bel, allora gli davano sempre pane e salame e lui andava via contento, contento".

Masche. "Una volta c’era una tradizione che diceva sempre che le donne non dovevano mai stendere la roba fuori di notte, dovevano sempre stenderla di giorno e di notte raccoglierla di notte perché senno passavano le masche e gli maledivano la roba e loro non potevano più mettersela addosso, allora le persone toglievano tutta la roba e la portavano tutta in casa".

Masche. "Una volta c’era una tradizione che diceva che le persone si trasformavano in animali, in bestie di notte e andavano in giro. E allora c’era una coppia di sposi che si trasformavano in cani e andavano sempre in giro a fare malefatte e un giorno una persona li ha presi e gli ha tirato una botta sulla gamba e gli rompe una gamba al cane. All’indomani va a trovare la sua vicina che gli hanno detto che non stava bene e trova la vicina con la gamba rotta e allora pensano che fosse proprio questa persona che si trasformava in animale".

 

Testimonianza di Pierina Bailone

Anni 75, Saluzzo. "Una volta c’era una madre che aveva un figlio che si chiamava Bertoldino e un giorno lo ha mandato a comprare una mina en cup di grano per le galline. Lui va giù dalla strada e dice tutto giù: ‘ na’mina en cup’ per ricordarsi e arriva in una campagna dove portavano via del grano e lui diceva ‘ na’mina en cup’e gli altri lo hanno sgridato: ‘Non dire così! Non devi dire na’mina en cup, ma bune carà i nà vena (ne vengano grandi carri). E allora lui: ‘bune carà i nà vena, bune carà i nà vena ’ va giù fin che arriva al paese e c’era un funerale, un funerale e lui ‘bune carà i nà vena’ e gli altri lo hanno sgridato: ‘Non dire così devi dire, il Signore ne abbia pietà e misericordia e allora lui cambia e dice: ‘il Signore ne abbia pietà e misericordia, il Signore ne abbia pietà e misericordia, arriva in un posto mentre andava a casa e stavano uccidendo un maiale e allora lui diceva: ‘il Signore ne abbia pietà e misericordia e gli altri: ‘Non dire così, dì…’. Com’è?…"Credenze-religione. "Una volta le donne quando partorivano per un po’ di tempo non potevano uscire da casa, finché non erano andate a messa a farsi benedire".

 

Testimonianza di Enrichetta Frandino

Anni 61, Saluzzo. "Quando ero piccola per guarire dagli orzaioli, al mattino appena alzata, a digiuno, per farli guarire, mi facevano guardare tre volte dentro la bottiglia dell’olio".

Credenze-religione. "Una volta c’era l’usanza che la sera dei ‘Morti’, dopo la festa dei Santi, si mangiavano le castagne bollite, però bisognava lasciarne un poco in una scodella, perché di notte venivano i morti a mangiarle".

 

Testimonianza di Margherita Morello

Anni 71, Saluzzo. "Io so che dicono che per andare dalle parti dello Stura c’era una cascina, una casa, con un cortile in ciottolato tutto particolare. Era fatto per metà con delle pietre grosse grosse, proprio grosse e per l’altra metà con delle pietre abbastanza piccole, piccole. A me hanno sempre detto che era il ciottolato del diavolo, perché il padrone della casa voleva tanto un ciottolato nel suo cortile e aveva fatto una scommessa con il diavolo. Lui avrebbe dovuto, mi sembra, correre davanti al diavolo con un carro e se il diavolo facendo il ciottolato lo avesse preso, fosse riuscito a prenderlo allora la sua anima sarebbe andata all’inferno. Allora il diavolo ha cominciato a fare il ciottolato con delle pietre ben grosse, facendo così andava bene veloce e stava per prendere il carretto. Ma l’uomo era furbo e aveva detto al diavolo: ‘Non voglio un ciottolato con delle pietre grosse, lo voglio con delle pietre piccole, piccole’. Allora il diavolo ha cominciato a lavorare con queste pietre piccole, ma con le pietre piccole era più difficile bisognava fare in modo che andassero tutte a posto, allora ci ha messo così tanto tempo che l’uomo, il padrone del ciottolato, era riuscito a scappare, ad avere il suo ciottolato, senza dare l’anima al diavolo. Io so che questo ciottolato c’è ancora dalle parti di Fossano, mi sembra.

 

Testimonianza di Maria Casana

Anni 65, Saluzzo. "La storia della capra: le persone anziane raccontano che certe sere verso l’imbrunire, sotto il viale di un santuario pascolava tranquillamente una piccola capra bianca, che poi spariva all’improvviso senza alcun motivo. Non aveva padrone, brucava erba e restava tranquilla. La voce si sparse un po’ ovunque e tutti volevano vedere questa capretta. Qualcuno azzardò di aver visto sulle dita delle zampe un anello d’oro. La cosa ormai incuriosì tutti e una sera di nebbia una persona si appostò dietro ad un albero, attese la capretta e uscito dall’ombra afferrò la capra con sicurezza la gamba, la zampa della capra, questa si divincolò e sparì all’improvviso. Il giorno dopo alla messa molti notarono che il sacerdote portava il braccio fasciato, proprio dove aveva la mano con l’anello. Questa è la storia della capra di Saluzzo".

 

Testimonianza di Augusta Lauro

Anni 57, Saluzzo. "A me da piccola dicevano che non bisognava mai avvicinarsi troppo ai rospi perché se ti facevano la pipì negli occhi diventavi cieco". "Dicono anche che se d’estate gli animali, i gatti o i cani, mangiano le lucertole o le serpi diventano sempre più magri, fino quasi a morire". "A noi dicevano che c’era della gente che faceva della fisica. Questa gente aveva tanti poteri e certi sapevano persino trasformarsi in animali. So che a Saluzzo vicino alla Minerva c’era un prete che lavorava di fisica".

 

Testimonianza di Enrichetta Frandino

Anni 61, Saluzzo. "Mia nonna Marina, quando aveva dei brividi, diceva sempre che le passava vicino Catlina che per lei era la morte". "Una volta due ragazze che tornavano da ballare hanno incontrato per strada un bellissimo ragazzo che le ha accompagnate a casa, loro lo hanno fatto entrare nella stalla e questo ragazzo camminava sù e giù, sù e giù e ogni volta che arrivava al lato della stalla dava un calcio al muro e uscivano le fiamme e avevano poi saputo dopo che era il diavolo".

 

Testimonianza di Giuseppina Morello

Anni 59, Saluzzo. "C’era una casa sulla collina di Saluzzo, la casa dei Gautero, che a me hanno sempre detto che era una casa che aveva le masche, che vivevano dentro le masche, io credo che ci sia persino ancora adesso, è tutta diroccata, e ora nessuno ci vive, dicono che tutte le persone che erano andate lì ad abitare dentro erano subito scappate perché le masche gridavano, facevano dei fuochi e cantavano, cantavano delle canzoni maledette. Io però non l’ho mai vista da vicino , non lo so e non ci credo tanto". "I Lauro,una famiglia che sta in collina avevano una volta nel cortile, ora l’hanno tolto, un grossissimo noce, noi dicevamo una nusera e una volta la gente che abitava vicino diceva che di notte salivano sopra le streghe e ballavano, facevano delle malefatte e poi facevano ogni genere di diavoleria. Certe dicevano poi perfino che sembravano delle luci che volavano". "Da piccola poi mio papà quando le campane suonavano, tornavano a suonare per Pasqua, lei sa che smettono di suonare per un po’ di tempo, e allora lui quando queste campane smettevano di suonare, mi faceva correre veloce, prima che le campane smettessero di suonare, a lavarmi gli occhi, perché così, diceva mio papà che non avrei mai dovuto portare gli occhiali e non mi sarei mai ammalata agli occhi e così è stato!"

 

La fata bianca

Un’altra storia che invece è capitata a me è successa su in montagna per andare ad alcune cascine. Lì c’è una grossa pietra, una parete grossa nera e liscia che non ho mai visto in nessun altro posto; in cima c’è un grosso pianoro che si può raggiungere a piedi, mentre sulla parete sono spuntate alcune piante da una parte e dall’altra c’è un piccolo pertugio, una specie di caverna grossa come mezza porta. Arrampicandosi per la parete e aggrappandosi alle piantine che sono spuntate si può raggiungere e si vede dentro il buco una stanzetta . Una donna che abitava in quella cascine mi diceva che lì dentro viveva una fata e che quando era ventoso usciva dalla caverna, saliva sul pianoro in cima e stava lì con la sua veste bianca e il vento che gliela faceva muovere ed ondeggiare ed era giovane e bellissima perché i miei nonni dicevano di averla vista. Un giorno, avevo undici anni e dovevo andare alle cascine dove mio padre teneva le mucche e allora partii a piedi al paese che erano le quattro, ma a dicembre fa buio presto e così mi ritrovai sotto la parete nera che era già notte e cominciava a tirare vento, così per la paura di vedere la fata feci tutto quel tratto di sentiero camminando al contrario così la fata non la vidi. Lì si nascosero anche i giovani in tempo di guerra per sfuggire alle persecuzioni e stettero nella caverna due notti perché sapevano che nessuno li avrebbe cercati lì. Perino e gli incantesimi Nel paese c’era poi Perino e si dice che sapesse ( la magia) e che faceva gli incantesimi . Un giorno si accorse che dei ragazzi, già grandicelli, stavano rubando le ciliegie dal suo albero; quest’uomo faceva incantesimi , parlava con gli spiriti e aveva anche dei libri per fare le fatture, così ne fece una a questi ragazzi, che in verità erano già dei giovanotti, i quali non poterono più muoversi e rimasero immobili arrampicati sull’albero . Il mago era sotto la pianta e diceva : " Adesso vi lascio scendere ma io resto qui e vi voglio riconoscere uno a uno e vedere la vostra faccia". I ragazzi ora avrebbero potuto muoversi ma non osavano scendere per la paura e così rimasero lì fermi. I libri di magia Il padre di questo signor Perino già possedeva i libri degli incantesimi e abitava in una piccola casa in paese e morendo lasciò i suoi libri al figlio che poi lì passò al suo, ma questi non li usava più e rimasero in una cascina abbandonati. Gli ereditieri della cascina trovarono i libri e una mia amica, Teresina, una donna molto furba, li volle leggere per capire come erano questi libri misteriosi, così aspettò che tutti fossero nel letto la sera e da sola cominciò a leggerne uno, poche pagine per sera, finché dopo alcune notti, mentre stava leggendo le accadde qualcosa di strano. La donna mi ha raccontato che cominciò a tremare, le si rizzarono i capelli in testa e non osava più girare la pagina, ma non per le parole che aveva letto, ma sentiva qualcosa dentro di lei che non le permetteva più di proseguire nella lettura. Così piano, piano chiuse il libro e poi lo legò insieme agli altri e li gettò tutti nel fiume Chiusella dopo essersi avvicinata alle sponde camminando all’indietro per non vedere quando i libri finivano in acqua. Qui a Traversella c’erano dei libri ma non tutti potevano leggerli e penso che non tutti possono fare queste cose, perché non in tutti ha lo stesso impatto. Se poi venivi derubato di qualcosa, andavi da questo Perino e lui ti diceva : " Ve lo riportano indietro.", oppure, " Non lo prendete più chi vi ha derubato perché ha superato il fiume".

 

Gli Urciat

Gli urciat erano dei piccoli diavoli, dei diavoletti non ancora cresciuti e stavano nascosti dietro a una pianta o dietro a una pietra, facevano i dispetti alla gente, facevano paura alle persone, stavano nascosti e quando vedevano qualcuno passare saltavano fuori… a me li descrivevano così, ma facevano paura a quelli che ci credevano, non a tutti. L’Ave Maria e le masche Mi ricordo, che le vecchie donne del Vernej ( una frazione di Traversella), quando scendeva il sole, ritiravano tutta la roba messa a stendere fuori, perché dicevano che dopo suonata l’Ave Maria della sera, non bisognava lasciare più niente fuori visto che allora passavano le masche, passavano queste strane persone e mettevano il maleficio sulle cose che trovavano. Ed io mi ricordo che mia madre non se ne curava e allora queste donne più vecchie le dicevano di ritirare tutto, di togliere la roba dei bambini, perché stava facendo buio e se lei non andava gliela ritiravano loro la roba lasciata fuori. Dopo aver ritirato tutto suonava l’Ave Maria e bisognava aspettare di sentire suonare quella del mattino per rimettere di nuovo le cose fuori ad asciugare. Tra le due Ave Marie le masche potevano girare libere per il paese. All’imbrunire si diceva che usciva le masche e l’Ave Maria aveva la sua importanza in questi misteri . Un uomo apparso di notte Questo è capitato a me, che ero piccola; i miei genitori erano già all’alpeggio mentre io restavo giù con la zia Marianna perché andavo a scuola. A scuola volevo essere sempre la prima, ero un po’ superba così la sera stavo a studiare e la mattina ripetevo la lezione per vedere se la sapevo. Io dormivo nella stessa stanza con la mia nonna e mi ricordo che ero nel letto ed era suonata l’Ave Maria dell’alba, ed io pensai di avere ancora tempo per ripassare la lezione nel letto, ero sveglia ma avevo gli occhi chiusi . Quando li aprii, vidi un uomo, lì vicino al mio letto e me lo ricordo ancora bene adesso : aveva una maglia tinta con il mallo della noce, che era di un bel marrone, fatta a grana di riso doppia, quattro dritti e quattro rovesci, con i bottoni bianchi e grossi, poi aveva i capelli lunghi, biondi, con la riga in mezzo, un po’ come si portano adesso; era un vecchio ma era un bell’uomo ed aveva una mano tesa che sembrava volesse farmi una carezza. Io l’ho guardato e l’ho memorizzato e poi ho chiamato mia zia e mi sono messa sotto le coperte. Ma non c’era più nessun uomo, eravamo chiuse a chiave dentro, abbiamo guardato anche sotto il letto ma non c’era nessuno, eppure io l’ho visto. Questo è un mistero, perché se eravamo in tanti magari non si vedeva niente ed io, invece, da sola l’ho visto.

 

Le masche e lo scialle

Una volta si raccontava la storia di una donna vecchia che abitava su per la montagna e aveva due pecore e un figlio, poi, ce n’era un’altra che abitava in una cascina ma molto più in alto, e aveva una figlia e due capre. Il figlio della donna che aveva due pecore si innamorò della ragazza che aveva due capre e così la andava a trovare e si volevano bene i due giovani. Quando le madri se ne accorsero, la madre del ragazzo mise una croce al collo del suo figliolo e gli disse di portare quella croce alla ragazza che frequentava perché a lei non piacevano tante quelle due donne con le capre. Il ragazzo allora ubbidì e portò la croce alla ragazza, che la accettò e gli diede in cambio uno scialle da portare a sua madre. La donna, quando ricevette il dono della ragazza, disse : " io non lo uso , appendilo lì a quella pianta." Era proprio una favola, perché a quell’altezza, in montagna non ci sono più le piante. Comunque, per continuare il racconto, il ragazzo appese lo scialle alla pianta e questa prese fuoco. La donna allora disse al figlio: " Visto che non sono persone da frequentare, che hanno qualche strano potere diabolico, che sono dei mascùn!".Quando il ragazzo andò dalle due donne per dir loro che avevano un potere diabolico, vide che non c’era più la casa né le capre, né la ragazza, né niente, era sparito tutto. Il figliolo non riusciva a darsi pace e cominciò a cercare dove fosse finita la sua fidanzata, ma, poi arrivò vicino a un precipizio e cadde giù e morì, perché le due donne l’avevano fatto morire e l’avevano portato via con loro.

 

L'uomo selvatico

Sull’uomo selvatico so solo dei frammenti, so che abitava fuori dal paese, ma non era come le masche, non faceva dei mali, lui diceva a chi lo incontrava : " Guardate che quando piove, piove; quando nevica, nevica; ma quando fa vento, fa brutto tempo." Non era una persona diabolica, ma viveva in solitudine nella foresta e quasi nessuno lo riusciva a vedere.

Le masche, invece, nascono dal diavolo che si traveste e si camuffa da donna. Nel nostro parlato qualche volta si dice : "Quella là è una masca!", perché è una donna cattiva, allora le rimane il soprannome di masca, perché qui si dava ad ognuno il soprannome. Ma le masche vere sono il diavolo travestito da donna e che va in giro a fare malefici. Stefano, un pastore che è morto solo due o tre anni fa, ci credeva ancora a tutte queste cose e quando non gli riusciva di fare il burro o aveva una mucca malata, pensava che qualcuno gli avesse fatto del male, allora prendeva la catena che era legata allora corona della mucca e la bastonava, la bastonava. Una volta questo Stefano raccontava che c’era un signore che aveva bastonato la catena per bene, perché una sua mucca aveva qualcosa e il giorno dopo il parroco era tutto pieno di lividi, perché dicono che il male ricade su quello che l’ha fatto. I preti di una volta portavano pena, ma per me era sempre Satana che faceva queste cose. C’era una cascina, in cui i padroni non potevano stare perché di notte sentivano aprire la porta, sentivano qualcuno andare sopra al fieno, salire sopra la scaletta per andare nel fienile, ed era sempre un prete che appariva e faceva tutto questo, che faceva gesti con le mani, un prete che aveva vissuto in quella casa tanto tempo fa. Che i preti avevano dei libri, e avevano studiato e sapevano fare tutte queste cose. Antichi eserciti Al Pian Candelle, c’era una storia su un esercito di soldati tutti morti lì, lì non si parlava di masche ma erano tutte storie di antichi soldati. Grossa pietra Anche sul Monte Marzo c’erano delle storie, che non ricordo più, ma c’era una pietra grossa, grossa che faceva da riparo alle bestie e anche alla gente quando andavano su, e lì c’era qualcosa di paranormale che non ricordo più.

 

Il Dio Thanet e le masche del fiume

Tanto tempo fa, quando il cristianesimo non si era ancora affermato, l'Antica Religione pagana era ancora molto sentita in questi luoghi. Il fiume Tanaro, oggi temuto per le esondazioni ed inquinato dalle fabbriche che sono sorte sui suoi argini, nel 200 d.C. era adorato come dio: il bellissimo Dio Thanet. La leggenda narra che il bel dio biondo vivesse sul fondo del fiume in un palazzo di cristallo dai colori dell'iride, raramente emergeva in superficie, era schivo e non amava i contatti con le persone, soprattutto con i pescatori, i quali non perdevano mai occasione per chiedergli una pesca piu' abbondante, e le fanciulle ancora nubili, che tutte le mattine andavano a fare il bucato sulle sue sponde, chiedevano di trovare un buon marito. Una notte, dal profondo del suo palazzo, Thanet udi' un canto cosi' dolce che non sembrava neanche umano, per curiosita' si avvicino' meglio per sentire. Sopra una piccola imbarcazione vide un gruppetto di donne che spargevano fiori dal magnifico profumo sull'acqua. Thanet riconobbe tra loro la grande Dea Diana dalla straordinaria bellezza e dall'infinito potere. Fu amore a prima vista tra i due. Si celebrarono le nozze nella prima notte di plenilunio tra fiori, danze e canti. Ancora oggi nelle notti di luna piena si possono scorgere delle donne su di una barchetta che spargono fiori sul fiume; i vecchi contadini pensavano che fossero masche ma forse sono solo le ancelle della Dea Diana che ricordano con nostalgia i tempi in cui gli antichi dei abitavano le terre del magico monferrato.

 

Il Calket

Il calket, invece è opera di una masca che c’era una volta e che andava a schiacciare le persone nel letto, sopra le coperte, e a me lo dicevano i vecchi che stavano su per le cascine. Si diceva che poteva venire il calket nel letto, che ti schiaccia, ti schiaccia e ti può fare anche morire, e quando da giovane mi svegliavo di notte stavo lì ferma perché avevo paura del calket.

 

Poirino e le sue storie

Il pilone di Sant'Eurosia situato presso un bivio della frazione Cacceri di Poirino è una delle testimonianze, sebbene indirette, di come anche nel Chierese fossero conosciute le piemontesissime “masche”, le streghe che solo di rado accondiscendevano a compiere un'opera buona ma che più spesso erano dedite a malefici ed in grado di assumere, soprattutto di notte, le sembianze di un animale: gatto innanzitutto, ma anche cane, cavallo, capra eccetera. E se si bastonava o mutilava quell'animale misterioso, venuto chissà da dove, il mattino seguente ci si accorgeva che una certa persona, la “masca” appunto, era coperta di lividi o monca. Non che, probabilmente, Poirino fosse terra di “masche” più di altri luoghi del Chierese. Ma esso è l'unico centro zona in cui un appassionato di tradizioni popolari abbia setacciato, ormai venti e più anni fa, la memoria di quanti allora erano anziani e che oggi sono in gran parte scomparsi. Dai loro racconti si apprende che un tempo le “masche” si sarebbero date appuntamento la notte al bivio della frazione Cacceri, portando con sé i “fagot”, da alcuni descritti come involti pieni di “mèisin-e gràme” (pozioni, ungenti, veleni) e da altri come ricolmi di buoni cibi: il mangiare a sazietà, del resto, è una costante in molte descrizioni di sabba, i raduni notturni in cui, presente il diavolo, si sarebbero celebrati i banchetti, orge, profanazioni di riti cristiani. Gli anziani poirinesi che resero queste testimonianze concordavano nell'affermare di ripetere cose narrate dai loro vecchi, e che le “masche” non si fecero più vedere dopo che, al bivio dei Cacceri, fu edificato il pilone dedicato a Sant'Eurosia di Jacca (un centro dei Pirenei spagnoli), vergine e martire di cui si hanno pochissime notizie certe (fu uccisa, pare, nel 714), che si festeggia il 25 giugno e che viene invocata contro la tempesta ed i tuoni e per ottenere un buon raccolto. Poirino è teatro anche di un altro racconto relativamente recente relativo alle “masche”. Lo raccolse nel '68 un giornalista della Gazzetta del Popolo, che a Poirino intervistò l'allora settantaseienne Clara Capra. Da giovane il suo defunto marito Giacinto, contadino, le aveva confidato di aver assistito ad un autentico prodigio: una sera, tornando dai campi, trovò una cavalla senza padrone nei pressi del cimitero. La portò nella stalla e alla mattina al suo posto, legata alla greppia, c'era una bella donna che piangeva e supplicava “Sono la signora Corrado, mi sleghi, mi lasci andare e non lo dica a nessuno”. Ma non erano tutte a Poirino le “masche” del Chierese. Ne rende testimonianza anch'essa indiretta e derivante da dicerie raccolte fra il popolo, Luigi Cibrario, lo studioso che nel secolo scorso fu autore di numerose pubblicazioni di storia piemontese. Scrivendo di Usseglio, paese in cui possedeva una casa, afferma: “Non mancano nelle valli alpine leggende, e non mancano ad Usseglio. Dietro la mia casa, al Cortevicio, v'ha una rocca chiamata il ballo delle streghe. Le streghe vengono volando da Chieri (povera Chieri!), rubano le galline per via e recansi a mangiarle sulla fascia violata presso alla punta del vento”.

Fonti tratte da: www.valdisusa.it - www.masche.it - Massimo Centini: stregoneria nel Piemonte medievale - www.provincia.asti.it - www.centroventurelli.org - www.gpperrone.it - www.nelmiocomune.com

 

in rete da maggio 2000