a cura di Sheanan e Contedax

 

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Peronetta da Aquiano - Chatel Argent (Ao) - 1339
Arsa sul rogo per stregoneria

Triora - Veduta dal cimitero - Photo Sheanan

Di streghe, in Liguria, si è sempre parlato, e un po' dappertutto, dal Ponente al Levante; quelli tra noi che sono nati negli anni '60 o prima, sicuramente ricorderanno di aver sentito i propri genitori parlare di posti da "strie" o di posti dove "se ghe vedde" o "se ghe sente" (per chi non capisce il vernacolo ligure, "streghe", "ci si vede", nel senso che si vedono cose strane, "ci si sente", nel senso che si odono suoni inquietanti). Perché ci soffermiamo proprio su Triora? Forse perché Triora è stato il luogo dove il fenomeno "streghe" si è fatto sentire con più forza, o forse perché è l'unico (o uno dei pochissimi) posti dove si può ancora assaporare un'atmosfera "incantata". Ma procediamo con ordine.

Anno 1587. Il paese di Triora e tutto il suo circondario soffrono per una inaudita carestia: il tempo è balordo, i raccolti magrissimi, il bestiame si ammala e muore. Il Consiglio degli Anziani di Triora, in riunione col Podestà, palesa il sospetto che possa trattarsi di stregoneria; vengono ovviamente fatti dei nomi, e il Podestà è costretto ad informare il Vescovo di Albenga e l'Inquisitore di Genova. I vicari di quest'ultimo partono alla volta di Triora, vengono arrestate subito diciotto persone, e un'altra trentina in un secondo tempo. Le accusate, messe alle strette (ed è ben noto come gli inquisitori non procedano con mano leggera, quando si tratta di usare la corda, l'acqua o il fuoco), confessano qualunque cosa, pur di porre termine ai tormenti, e così, in breve tempo, sono ben pochi, in paese, ad essere mondi da accuse. La situazione è andata troppo oltre; il 13 gennaio 1588, tre Anziani del Consiglio scrivono al Governatore di Genova, lamentando l'operato degli inquisitori; si scrive nella lettera, tra le altre cose, che è stata torturata alla corda tale Isotta Stella, di più di settant'anni, e che un'altra accusata, non potendo più sopportare le sofferenze, si è suicidata gettandosi da una finestra. I Dogi chiedono spiegazioni al Podestà di Triora, il quale giustifica il comportamento degli inquisitori, sostenendo che sia "necessario liberarsi di tali malefiche"; viene chiamato in causa il Vescovo di Albenga, il quale invia un emissario a Triora; questi riferisce al Vescovo ed al Governatore che gli inquisitori hanno agito con giudizio, che Isotta Stella aveva sì settant'anni ma "era robusta" (si parla all'imperfetto, dato che la poveretta è morta per i tormenti), e si dice che il fuoco ai piedi è stato dato solo a ragazze giovani e forti, e sempre "con misura". Il Governatore non rimane convinto da tali argomentazioni, e richiama a Genova gli inquisitori. Il processo ha così termine, quelle che non sono morte sotto tortura vengono assolte e la faccenda viene chiusa. Alcuni studiosi di storia locale tendono a minimizzare l'attività dell'Inquisizione nel Ponente ligure, riducendo spesso l'opera dei Tribunali della fede al caso Triora. E' innegabile che gli eventi che sconvolsero il piccolo borgo della Valle Argentina nel 1588 abbiano polarizzato l'attenzione degli storici sia per la singolarità sia per la completezza dei documenti che hanno permesso una ricostruzione molto precisa dell'accaduto; é però altrettanto necessario per una più ampia visione del fenomeno, porre l'accento su tutta una serie di fatti minori accaduti nella Liguria di Ponente nei secoli XVI e XVII. L'esame di alcuni documenti dell'Archivio della Diocesi di Ventimiglia, uniti a quelli conservati nell'Archivio di Stato di Sanremo e di Imperia, inducono a pensare che gli inquisitori ebbero una certa mole di lavoro da compiere in questa zona. Anche se la riforma protestante ebbe scarsi riflessi in Liguria, é però vero che essa fu motivo di non poche preoccupazioni per le autorità religiose locali. Nella seconda metà del XVI secolo, la Liguria di ponente, grazie alla sua posizione di confine con la Francia, fu interessata dalla circolazione di idee ereticali, in particolare calviniste di cui si trova traccia in alcuni editti inviati dalla curia di Ventimiglia alle parrocchie della diocesi. Numerose sono le denunce a carico di persone che a causa delle loro idee o anche solo per certi comportamenti vengono considerati eretici; é il caso del frate Antonio del Bugnato del convento degli Zoccolanti di Sanremo che nel 1588 viene denunciato in quanto sostiene che due sono le persone divine e non tre, oppure di Francesco Pallanca di Vallebona accusato di eresia per aver affermato che Papa Urbano (Urbano VIII) divide la cristianità. Particolarmente interessanti in quanto dimostrano la penetrazione dell'eres"a calvinista specie nella zona di confine sono le abiure pronunciate da due cittadini francesi che vivevano nella città di Ventimiglia: Isac Giorgio e Abram Sciopré i quali rispettivamente nel 1627 e nel 1639 lasciano la Francia ed appena giunti in Italia si affrettano ad abiurare quella che entrambi definiscono l' "heresia dei Calvinisti" per abbracciare la fede cattolica, anche se i loro nomi di battesimo farebbero pensare che costoro più che calvinisti fossero ebrei; ma, considerate le persecuzioni che dovettero subire gli ebrei che nel secolo precedente furono costretti ad abbandonare i territori cristiani, é possibile che entrambi abbiano preferito dichiararsi calvinisti per sfuggire a sanzioni peggiori . Va comunque precisato che la principale incombenza dei tribunali dell'Inquisizione nel Ponente ligure era giudicare in materia di sortilegi, stregoneria e superstizioni. Le credenze della stregoneria risalgono, specie nella Riviera di Ponente, ai tempi più remoti legate probabilmente alla persistenza di culti pagani che sono sopravvissuti nei secoli in special modo in ambito rurale; ad esse vanno poi affiancate tutte quelle pratiche che vanno sotto il nome di medicina empirica largamente diffuse soprattutto fra i ceti più bassi della popolazione i quali non possedevano certamente i mezzi per accedere ai rimedi della medicina ufficiale. E' contro costoro che l'Inquisizione concentra i propri sforzi considerando, evidentemente, l'insieme di queste pratiche un pericoloso substrato in cui possono facilmente svilupparsi e diffondersi idee ereticali. Dal punto di vista giuridico, la lotta contro gli eretici e le streghe era affidata ad un inquisitore ecclesiastico il quale era assistito da due frati, da due gentiluomini appartenenti alla classe politica, da un notaio e da un cancelliere. L'inquisitore dipendeva direttamente dal Vescovo, ma poteva contare sull' aiuto dell'autorità civile tanto per la caccia agli eretici che alle streghe. L'autorità civile non aveva alcun potere sul tribunale inquisitoriale: essa era tenuta ad applicare le pene stabilite e in caso di rifiuto poteva incorrere nella scomunica. Le accuse di stregoneria prescindevano sempre dalla "pubblica fama" che accompagnava le presunte streghe o maghi, il sospetto era sufficiente per procedere all'arresto e all'incarcerazione. Una volta arrestato, l'accusato non aveva più nessun contatto con il mondo esterno, anche nella prigione veniva isolato dagli altri detenuti, esso non aveva diritto all'assistenza di un legale che ne assumesse la difesa anche se nei verbali di alcuni processi si fa menzione di avvocati che assistevano i rei. Il ricorso alla tortura come mezzo per estorcere una confessione era un fatto di ordinaria amministrazione, essa era parte integrante dei processi per stregoneria. Jakob Sprenger ed Heinrich Institor, autori del più famoso manuale ad uso degli inquisitori il Malleus Maleficarum, pubblicato per la prima volta in Germania nel 1487, affermano che: "Poichè la stregoneria é alto tradimento contro la maestà di Dio, essi (riferito a maghi e streghe) debbono essere messi alla tortura per farli confessare. Qualsiasi persona di ogni rango e posizione, per un'accusa simile può essere messa alla tortura. E colui che viene riconosciuto colpevole, anche se confessa il suo delitto, che sia tormentato, che soffra tutte le torture prescritte dalla legge allo scopo di punirlo in proporzione alla sua colpa". I verbali del processo di Triora hanno permesso di conoscere uno dei momenti più drammatici della caccia alle streghe nella Liguria di Ponente quale il supplizio di Franchetta Borelli, l'anziana donna ritenuta capo di una potente congrega di streghe che fu torturata per più di ventitre ore. Ma i documenti d'archivio testimoniano che questo non fu un caso isolato; nel 1638 infatti, Caterina Molinari di Camporosso accusata di stregoneria venne torturata affinché confessasse i suoi crimini. Gli atti processuali contengono la trascrizione delle invocazioni e dei lamenti della donna diligentemente annotati dal cancelliere come imponeva la procedura. Le accuse di stregoneria riguardavano soprattutto donne; numerose sono le denunce nei confronti di presunte streghe presenti un po' in tutti i paesi dell'entroterra, Bajardo, Seborga, Sasso, Latte, Pigna dove nel 1596 vennero perseguite una decina di donne che sarebbero state viste ad un sabba notturno, ma non mancano testimonianze che attestano la presenza di maghi e guaritori operanti nei piccoli villaggi a ridosso della costa. Nel 1635 a Sanremo, viene denunciato Martino Orbo originario di Mondovì, luogo da cui era stato bandito, accusato da alcuni conoscenti di aver fatto andare via il latte ad una donna che aveva partorito da poco servendosi della magìa. Il caso più singolare sull'operato di un mago é quello che riguarda Giovanni Rodi di Montalto. Nel 1584 ( quattro anni prima dei fatti di Triora) costui viene denunciato al Sant'Uffizio ed una lettera inviata dall'inquisitore generale Gierolamo Bernerio di Correggio di Genova ordina un'inchiesta incaricando il proprio vicario a Sanremo, Mons. Giovanni Bianco di procedere ad un'accurata perquisizione dell'abitazione di costui ed alla confisca di numerosi libri e scritti proibiti che l'uomo possiede. I documenti forniscono poi tutta una serie di testimonianze dei compaesani in cui il Rodi viene dipinto come mago, incantatore, dedito a strane pratiche ed oscure peregrinazioni notturne nei boschi del luogo. Purtroppo non vi sono indicazioni sugli interrogatori e sulla sentenza di condanna, che si può comunque evincere dal fatto che i suoi beni risultano confiscati e venduti all'incanto per il pagamento delle spese processuali. Il quadro dell'attività dei tribunali della fede nella Liguria di Ponente, assume connotazioni simili a quelle che caratterizzarono l'opera dell'inquisizione in altre parti della cristianità: l'autorità ecclesiastica comincia ad associare la lotta all'eresia che comunque nei primi decenni del XVII secolo va lentamente scemando, alla lotta contro le superstizioni per tentare di ricondurre la pratica religiosa entro i canoni dettati dal Concilio Tridentino. La Chiesa, che da sempre svolge un ruolo determinante all'interno della società, é fortemente impegnata a ricucire le profonde lacerazioni prodotte dallo scisma di Lutero. In tale contesto il patto tra la strega ed il demonio non viene più considerato soltanto come una grave offesa, ma piuttosto come una ribellione contro Dio, rinnegato attraverso un patto esplicito ed abbandonato anche quando viene mantenuta un'apparente diligenza nell'osservanza dei riti. E' su questo terreno di ribellione, di non accettazione, che vivono le popolazioni contadine di quell'epoca. In un'atmosfera mentale permeata dalla presenza di una religiosità spesso intensamente vissuta, anche se superficialmente intesa, sopravvivono antiche e nuove superstizioni: la fede nei Santi e nelle reliquie a cui si sovrappone la fiducia negli amuleti e nelle formule megiche, che rischiano di radicarsi e diffondersi le idee ereticali, ecco il motivo per cui l'Inquisizione persegue sistematicamente qualsiasi pratica che non si allinea con gli insegnamenti della chiesa, persino coloro che non rispettano il riposo domenicale verranno segnalati alle autorità ecclesiastiche e minacciati di scomunica. Anche se, per la verità, in questo estremo lembo di Liguria i tribunali della fede non si abbandonano agli eccessi che altre zone d'Europa dovettero loro malgrado conoscere, l'attenzione dell'autorità ecclesiastica si mantiene alta per tutto il XVII secolo quando la nozione di strega passerà gradualmente dal campo dell'eresia a quello della malattia mentale: il mito demonologico lascerà gradualmente il posto all'isteria che verrà precisandosi nelle sue linee nosografie nel XVIII e nel XIX secolo.

Collocata a circa 780 metri, Triora è un vera rocca medievale giunta ai giorni nostri perfettamente conservata e vi si può ancora sentire, a fior di pelle, un' atmosfera surreale fatta di oscure malìe e tenebrosi sortilegi. Nel 1588, fu celebrato un processo contro un gruppo di tredici donne, considerate responsabili della carestia che aveva flagellato l'anno precedente la regione. Dopo un processo sommario voluto per iniziativa popolare, le donne, accusate di stregoneria, furono condannate al rogo. Insieme a loro quattro fanciulle e un ragazzo. Le sentenze di morte vennero poi tramutate in pene detentive, da scontarsi nelle carceri genovesi, in attesa dei processi definitivi. Mentre le autorità religiose si palleggiavano per mesi le responsabilità del processo, le streghe si consumavano in carcere e ben cinque di loro morirono. Nulla di certo si sa della sorte delle altre. In quelle carceri è sorto il museo etnografico e della stregoneria. Nei suoi sotterranei non solo sono vive superstizioni e credenze, ma sono presenti riproduzioni di documenti conservati nell'Archivio di Stato di Genova, che narrano fedelmente supplizi tremendi e interrogatori spietati. Ben quattro lugubri sale sono dedicate a questo tragico capitolo di storia locale. In una è stato ricostruito il tradizionale antro della strega, completo di gatto nero impagliato, focolare con pentolone dal contenuto poco invitante, accanto al quale sogghigna sinistramente una strega. Vicino una donna coperta da un camice bianco attende il supplizio sdraiata su un cavalletto.

Triora - Veduta dal castello - Photo Sheanan

Le fotografie che vedete non rendono giustizia a Triora. Nessuna immagine stampata lo potrebbe: a Triora bisogna andarci. Non sapete la strada? Mettetevi sull'Autostrada dei Fiori (la Genova-Ventimiglia, per intenderci), uscite al casello di Arma di Taggia e poi seguite le indicazioni della nostra mappa. A Triora è possibile visitare un museo etnografico, dove, oltre ad immagini della vita contadina del paese attraverso i secoli, sono anche conservati documenti relativi al triste processo del 1588. All'estremità del paese, dopo piacevole passeggiata in viuzze strette e buie, incontrando cortili, piazzette, androni coperti e porte vecchissime, si incontra la famosa "Cabotina", ovvero la casa dove pare si riunissero le streghe; oggi la Cabotina è una catapecchia col tetto sfondato ed invasa dalla vegetazione, ma, a pochi passi da essa, una cooperativa di giovani ha aperto un negozio-laboratorio, dove è possibile ammirare ed acquistare dei piccoli capolavori in terracotta; sono gnomi, folletti, coboldi e, ovviamente, streghe. Triora, capoluogo dell’Alta Valle Argentina in provincia di Imperia è un borgo che ha saputo conservare intatto il prestigioso passato culturale dell’entroterra ligure. La bellezza dello spazio naturale che l’accoglie, dovuto ad una flora rigogliosa e per certe specie rara e alla fauna tipicamente montana, hanno reso nel tempo Triora una località tra le più frequentate. Recentemente a Triora è stato aperto il Museo Etnografico, l’unico in Italia a dedicare una sezione ricca di documenti ad un tema inquietante come la stregoneria, che nel XVI secolo rappresenta un aspetto fondamentale della vita popolare, sociale e religiosa del luogo. Quello che una volta faceva paura, oggi stimola l'estro artistico; è un segno dei tempi che cambiano, e non possiamo farci nulla; ma, credetelo, a Triora si respira un'aria antica, perché è come se il tempo, qui, si fosse fermato.

Per la donna triorese quell’insignificante pianta, chiamata erba della Madonna, rappresenta un vero toccasana contro ogni male, dall’insonnia al mal di pancia, dal raffreddore ai disturbi nervosi. Prelevandone una manciatina dal barattolo non fa che perpetuare una pratica atavica. Il nome volgare dell’erba, strigonella o erba stregona, è una delle numerose contraddizioni insite nella storia delle streghe di Triora. Ora, almeno ufficialmente, le streghe a Triora non esistono più; rimane il ricordo di racconti fantastici, popolati di incubi ma soprattutto le lettere, i verbali di interrogatori e torture e le sentenze di condanna a morte di oltre quattrocento anni fa. Passando per le vie dell’antico borgo medievale, si provano ancora improvvisi brividi; alle inferriate delle abitazioni di Via San Dalmazzo, adibite a carcere, sembrano giungere lamenti, che a poco a poco a poco diventano urla raccappriccianti. Presso la Cabotina, casolare dall’aspetto tetro da sempre creduto dimora delle streghe, durante certe notti nebbiose sembrano risuonare grida gutturali, mentre luci illuminano improvvisamente la zona, dandole un aspetto vieppiù sinistro. Qualcuno, giunto nei pressi della fontana di Campumavue o vicino alle limpide cascate del Lagudegnu, si fa il segno della croce; qualcun altro esita prima di prendere un sentiero che conduce ad un casolare un tempo abitato da una strega. Le streghe non sono morte. Sopravvivono, oltre che nei gesti e nelle abitudini quotidiane, tra i muri, nelle foreste e presso le sorgenti della magica ed incantevole Valle Argentina.

in rete da maggio 2000