Artemisia Arborescens L. (Compositae)

Nome comune: Assenzio arbustivo

Area d'origine: Regione mediterranea

Essenzialmente positive, in modo più unidirezionale appaiono le virtù dell'artemisia. E' una pianta apparentemente modesta, che si trova facilmente nei campi, sul ciglio della strada. Ha in realtà un notevole passato, vanta doti e capacità assolutamente eccezionali. Ce ne sono tante, di artemisie. C'è l'artemisia vulgaris, amara e vivace, color verde scuro. C'è l'Artemisia dracunculus, - il famoso Dragoncello, usato nelle insalate, coadiuvante del sistema digestivo. C'è l'Artemisia arborescens di Linneo, con cui i siciliani - ce lo racconta M. Pitre -usano intrecciare croci da disporre sui tetti delle case.

Così Gesù, quando torna al cielo, potrà benedirle e a loro volta le artemisie, poste nelle case, potranno proteggerle nel corso dell'anno. C'è anche l'Erba bianca, "nome locale", per un'erba abbastanza nota universalmente. Ce ne sono tante altre. E soprattutto, c'è il celebre assenzio, l'Artemisia absinthium. Madre di tutte le erbe, l'artemisia, ha speciali virtù per quanto attiene alle donne: regola quindi le mestruazioni, impedisce le false gravidanze, è d'aiuto nei parti. Ha anche ulteriori capacità: secondo Apuleio, un suo rametto fa sì che il viandante senta meno il peso della via. Scaccia i diavoli, neutralizza il malocchio e la iettatura. Due belle leggende, a proposito di quest'erba. La prima riguarda una ragazza che andando a passeggio finisce, per incidente, in una buca piena di serpenti. Sul fondo dell'abitacolo c'è una pietra luminosa. I serpenti, affamati, sono condotti lì dalla regina dei serpenti. Leccare la pietra e saziarsi è tutt'uno. La ragazza ben presto imita i serpenti e con loro sopravvive. Ed ecco, l'inverno è passato, si fa avanti, faticosamente, la primavera. I serpenti si snodano, intrecciano le code in modo da formare una scala: la ragazza può uscire all'aperto, può rientrare nel mondo. Prima che questo avvenga la regina dei serpenti le fa un dono: le dà facoltà di comprendere il linguaggio delle erbe, di conoscere le loro proprietà medicamentose. In cambio, lei non dovrà mai nominare l'artemisia. La giovane donna ben presto si rende conto di comprendere, in effetti, tutto ciò che le erbe si dicono, quello che suggeriscono. Un brutto giorno però un uomo le domanda, senza preavviso, come si chiami la piccola pianta che nasce nei campi, ai bordi dei sentieri. E lei, senza riflettere, risponde: è l'artemisia. E di colpo, ecco che il linguaggio delle piante le diviene estraneo, ecco che non lo comprende più cosa sussurrano i fiori dei campi: ha dimenticato tutto. E' per questo, conclude la storia, che l'artemisia - Cernobil, in russo - è detta anche "pianta dell'oblio". La seconda storia ricordata da A. De Gubernatis ci viene dalla Piccola Russia e riguarda il cosacco Sabba. Questi aveva legato il diavolo - col quale era per altro in generale in buoni rapporti - promettendogli di romperne i legami se fosse stato aiutato ad impadronirsi di alcuni cavalli polacchi cui ambiva. Il diavolo accetta, chiama i suoi amici che slegano i cavalli, di modo che Sabba possa impadronirsene. L'erbetta che geme, calpestata, sotto gli zoccoli dei cavalli polacchi, e fa: "bech! bech!" è per l'appunto l'artemisia. Il suo nome, da allora in poi, in Ucraina, ricorderà il gemito dell'erba, calpestata dai cavalli polacchi in fuga. Sarebbero già, da sole, storie di grande suggestione, ricche di molteplici spunti. Ma la storia dell'artemisia è ben più ricca, è molto antica. È nota nel mondo greco-romano per la sua efficacia in caso di convulsioni, può essere usata con buone speranze contro le crisi di epilessia. Quindi, contro il noto "male di luna". Pierre Lieutaghi, nel suo Dizionario delle erbe ricorda che l'artemisia è la "erba santa" degli antichi, oltre che un ottimo tonico amaro. Ha effetti diuretici, febbrifughi, vermifughi e qualità antisettiche: pianta che è bene tenere in casa o in giardino. Ha un aspetto lanuginoso e frastagliato, è quella il cui fusto ha colore argenteo. Sembra, l'assenzio - e più in genere, l'artemisia - una pianta come tutte le altre; forse, meno decorativa. Sappiamo che appartiene alla famiglia delle Composite. In realtà, vediamo che l'architettura gotica ne ha immortalato le foglie. Ne le sorprese finiscono qui. Ha piccoli fiori gialli, esteticamente abbastanza insignificanti. Però, fiori e foglie - che vanno raccolti insieme - hanno avuto, nella storia della medicina, un posto di tutto rispetto. L'assenzio contiene infatti un olio essenziale detto absintolo, particolarmente ricercato e utile. Contiene anche acido tannico e resine. Ha proprietà toniche, stimolanti, febbrifughe. Interviene efficacemente contro gli avvelenamenti da piombo. In passato gli si riconoscevano capacità di tipo reattivo rispetto all'impoverimento del sangue, dalle anemie a varie forme di leucemie. Ma da dove viene, che origine ha l'artemisia? Da dove deriva il suo nome? Conosceva l'artemisia, sembra, il centauro Chirone: maestro di saggezza, medico illustre, pedagogo di Achille. L'erba ha un ampio spazio nella mitologia latina. Forse, il suo nome deriva da Artemide, la casta dea delle foreste e delle selve, che ama la vita solitaria, le notti. Che è anche Selene o Diana, la luna. Oppure, l'erba deriva il nome da Artemide regina della Amazzoni: le figlie della Grande Madre, dispensatrici di morte funesta per l'uomo. Entriamo comunque, con l'artemisia, in un mondo di femminilità, di istintività. E' fondamentale il richiamo alla luna, ai suoi ritmi. La luna induce abbassamento della coscienza di veglia - ci dice la tradizione popolare che non bisogna dormire alla luce della luna. E i fiori di artemisia sprigionano absintina: un principio amaro che ha giocato in passato il ruolo di una moderna, contemporanea droga, che provoca "allucinazioni, delirio e morte. Di questa morte furono vittime alcuni poeti ed artisti : dell'ottocento". E' amaro, l'assenzio. E' temibile. Lo sa bene Giovanni l'Evangelista. Suona infatti la tromba il terzo angelo, ed ecco "precipitò dal cielo una stella grande accesa come una fiaccola, e cadde nella terza parte dei fiumi e alle sorgenti delle acque. Il nome di quella stella è Assenzio. E una terza parte delle acque si mutò in assenzio e molti degli uomini morirono di quelle acque perché s'erano fatte amare" Ha virtù mediche, ha capacità venefiche, l'artemisia. E l'assenzio, temibile e dagli effetti nefandi, di Giovanni l'Evangelista. Ma è anche la più celebre, forse, delle note "erbe di S. Giovanni", di Giovanni il Precursore. È l'erba di cui ci parla Manlio Barberito, quella che si è posta sulla strada del serpente, che ha cercato di intralciarne il viaggio. Nei roghi che per secoli hanno rischiarato le notti di mezza estate, hanno consumato le loro brevi stagioni rovi e cardi, allori e ulivi, eucaliptus e ruta, rosmarino e incenso. Agli e cipolle, spighette e iperico, mentuccia e scilla, per anni, hanno protetto il cammino dei viandanti, in notti magiche quali sono quelle del solstizio estivo: e con loro, l'artemisia. La si è portata addosso, per la sua virtù di scacciare demoni e spiriti malvagi, influssi negativi. La si è portata in tasca, perché ha sempre favorito i viaggi. Si ricorda l'uso, in varie zone d'Europa, "di dipingere una artemisia sulle portiere delle carrozze, specie quelle di servizio pubblico, come apotropaico contro gli incidenti e per garantire un felice viaggio": uso passato poi alle macchine e protrattosi almeno fino al 1920. Erba del paradiso terrestre, erba di S. Giovanni, l'artemisia non protegge solo i viaggi fisici, ma anche, evidentemente, quelli spirituali, quelli che volgono verso mete celesti. Ci rassicura anche, quest'erbetta, sul cammino del sole, "sul felice viaggio e il ritorno certo dell'astro". E' pianta connessa alla luna, certo. Ma è un'erba di S. Giovanni, erba del sole: ci protegge quindi contro i fuochi negativi, i fuochi nemici: basterà un mazzetto di artemisia dietro l'uscio per proteggere la casa dalla folgore. Non per nulla, secondo alcune versioni, la notte di S. Giovanni è in grado di secernere un carbone che è efficace contro i fulmini, particolarmente protettivo se preso quella notte. Ancora una virtù ha l'artemisia: ed è quella di "donare l'incorruttibilità e di vincere la caducità delle cose". Si temperava, un tempo, l'inchiostro col succo di artemisia, per rendere la carta inattaccabile dalle tarme: la parola divina, il verbo deve durare al di là del tempo, oltre la caducità delle cose umane. La parola - quella portata da Giovanni, il Precursore - deve restare al di là della corruzione e della morte. Erba di vita, quindi, l'artemisia. Ma c'è l'assenzio, che può diventare erba di follia e di morte, veleno esiziale. Erba della luna, ma anche erba del sole; erba di Giovanni l'Evangelista, e insieme erba del Precursore. Più complessa quindi, la simbologia dell'artemisia, meno lineare di quanto si potesse inizialmente supporre. L'uso popolare le ha sempre riconosciuto capacità diverse, legate alle sommità fiorite. Ha sempre avuto, l'artemisia, spazio nell'immaginario magico, sin da quando ingentiliva le processioni per Iside, in mano ad antichi sacerdoti. Ha protetto, in passato, i parti. Però era nota per le capacità ipnotiche e abortive: le capacità sono di segno inverso e contrario. Se usciamo dalla visione dell'artemisia come erba giovannea, e teniamo presenti le sue radici greco-romane, la derivazione dalla dea delle belve - o dalle Amazzoni - ecco che è chiaro che l'artemisia è un'erba che presenta rischi, che può avere lati oscuri: molto dipendente dalle intenzioni, dall'uso che se ne fa. L'artemisia come pianta temibile è connessa alla luna,alle Menadi selvagge di Dioniso, affini per più versi alle Amazzoni: sono immagini inquietanti che rispecchiano il timore della donna dotata di autonomia, della donna come essere istintuale. Pianta quindi, l'artemisia, di santi e di angeli, pianta del paradiso terrestre, aiuto per Eva, avversaria di Satana. E insieme, pianta delle ombre, della luna, delle ,inquietudini femminili, dei timori maschili in merito. Mazzetti di artemisia e di verbena sono stati gettati nel fuoco e bruciati per anni e anni, nella speranza che la sfortuna, le negatività della vita bruciassero con loro: sono motivi tutti, questi del legame con la luna, della emotività e femminilità contro la razionalità pietrificata, questo dell'uso dell'artemisia contro le negatività, che ritroviamo, ai nostri giorni, in magie contemporanee esercitate verso il lago di Bracciano, da uno "sciamano" di oggi. Secondo il Piccolo Alberto - antico manuale di magia bianca e di ricette preziose - sarebbe stato sufficiente "fasciarsi le gambe con strisce di pelle di lepre tagliate da una bestia giovane, nelle quali si saranno cucite delle artemisie seccate all'ombra, per poter viaggiare a piedi più velocemente e più a lungo che a dorso di cavallo". Anche ora, si diceva, l'artemisia agevola viaggi, passaggi rischiosi. Un giovane uomo di origine bolognese, Magrini, che vive sulle colline prospicienti il lago di Bracciano. Fa il liutaio, suona antiche melodie, insegna a chi è interessato a mettersi in contatto "con le energie sottili", a prepararsi a esperienze fuori dalla norma, a viaggi astrali, a traversate di letti di braci ardenti. L 'idea che lo ha mosso è stata quella di vincere la paura del fuoco: una paura atavica, poiché il fuoco è un elemento primordiale che ha sempre collegato il divino all'umano. Per aver rubato il fuoco agli dèi e averlo dato agli uomini Prometeo è passibile di sofferenze atroci, di castighi perenni. Vincere la paura del fuoco, camminare su un letto di braci a 800- 1000 gradi è allora vincere antiche paure. E anche un combattere le convenzioni stereotipate, i modi di pensare condizionati dai mass media, i timori indotti da una società mercificata che crea mostri e angosce. Camminare sul fuoco vuol dire avere accesso alle forze vitali, abbandonarsi, "essere tutt'uno e farci portare dal fiume della vita" , credere nella possibilità di far divenire reale, possibile l'impossibile. Scrive Cesare Magrini: "Attraverso l'alchemico comporsi delle magie vogliamo imparare insieme a gestire questo enorme potenziale che è a nostra disposizione e trasformarlo in gioia, salute e sicurezza... Quando la paura... abiterà a fatica in noi, potremo con allegria, ritmo e sicurezza trasformare senza dubbi il pensiero in azione, la gioiosa fantasia in godibile realtà". Ritmo musica, sensazioni raffinate hanno in questo discorso spazi e riconoscimenti che altrove non si trovano più: "Qual è la differenza - prosegue Magrini - fra un pettine di tartaruga e un pettine di plastica tartarugata? qual è la differenza fra una lacca del settecento e una moderna vernice appena data? Solo l'ambra ha un giallo così caldo ed una trasparenza così morbida, solo quel punto è esatto per guarire..." Nel proporre il cimento della braci ardenti, Cesare Magrini si richiama al fascino della luna, enfatizza assonanze ed elementi maschili che implicano ricerca di potere e di successo, esplicitazione del collettivo. Qui invece domina l'impalpabile, il soggettivo. Musica, ritmo, canto del mantra inventato dallo sciamano - un versetto dell'Ecclesiaste recitato al contrario. C'è, quindi, la parola. Ci sono anche - elemento di grande importanza - le mani. Le mani da cui deriva la guarigione, perché chi avrà vinto la paura del fuoco vincerà anche altre paure: anche quella dei mali che ci derivano dal mondo contemporaneo. Lo sciamano del fuoco è anche un guaritore. E le erbe? Possibile che siano proprio loro, a mancare all'appello in questa magia contemporanea? Non mancano. Con la luna, con il fuoco, con la musica e il mantra, c'è l'artemisia. Non compare nel prato, dove ci sono gli ireos e la vaniglia, le spighe di lavanda e il melograno. Tagliata invece in piccoli cunei conficcati nelle mani e nei polsi dello sciamano, l'artemisia concorre - con la luna, la musica, il mantra - a creare un mondo di realtà - irrealtà. Un mondo di femminilità, di sogni, di soggettività, di spazi di autonomia e libertà di fronte alla coercizione del sociale. Un mondo in cui tutto è possibile. Ci si può domandare se l'uso di una formula, di uno specifico mantra, se il ricorso a suoni speciali, ad erbe particolari in relazione alla difesa del Singolo, se l'utilizzo di questi elementi in funzione di rottura di certi schemi, di ribaltamento di certi valori sia o no un fatto nuovo, se si tratti cioè di un qualcosa che si lega strettamente al mondo contemporaneo, alla modernizzazione, all'era - come alcuni la definiscono - post-industriale. Oppure se si tratti di motivi ataviciche ogni tanto riaffiorano con maggior forza o violenza, con maggiore visibilità. Ci si può legittimamente interrogare sul perché di fatti del genere, oggi, in uno specifico contesto come quello italiano. Sono domande cui è difficile dare risposte esaurienti e persuasive. Destinate, forse, a rimanere senza risposta. Quel che comunque qui interessa rilevare è che l'artemisia non si accontenta affatto di un ruolo secondario. Non accetta di essere, nel ventesimo secolo, un'erba domestica, un'erba culinaria. Non le basta affatto, di dare aroma all'aceto, come Dragoncello, o di arricchire le insalate, o ancora di aromatizzare carni bianche e pesci, frittate. No. Vuole, invece, riaffermare il suo ruolo nella magia. Vuole porsi come erba che ancora aiuta percorsi, cammini difficili - se non impossibili. Vuole aprire vie nuove e incantate di fronte a chi sia desideroso di nuovi percorsi materiali e spirituali. E c'è riuscita.

 

in rete da maggio 2000